Prendersi sul serio, mica facile, questo nostro vivere in recupero, la maturita' slitta sempre piu' in là a rimorchio di un miraggio futuribile. (Sergio Caputo - E' già domani - No smoking)
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Dice lei
Ho sempre odiato restare a Torino d’agosto, fin da quando ho ricordi di me stessa sul pianeta, da piccolina se ascoltavo Azzurro di Celentano mi veniva sempre da piangere. Vedevo davanti a me il cortile vuoto, l’albero solitario che stagliava la sua ombra corta sul cemento bollente e mi disperavo. Allora cominciavo a chiedere a mia mamma “ma quando partiamo?” una, due, dieci volte al giorno come fanno tutti i bambini. Le cose sono cambiate sì ma non troppo. Agosto mi mette in crisi, salutare gli amici che uno dopo l’altro partono, le telefonate che si diradano e alle volte scompaiono. Perché si sa, anche se si è a meno di cento chilometri è lo stato vacanziero che modifica i rapporti sociali. Probabilmente se le vacanze si allungassero di parecchi mesi, un bel giorno, molte amicizie svanirebbero piano piano. Senza dolore così per inerzia vacanziera. Perché si va in vacanza anche dagli amici, è questa la verità. E dai parenti e da tutti. Chissà per quale alchimia ci si ricorda giusto di portare con sé l fidanzato.
Ma dicevo di agosto, e di malinconia. Certo ci sono delle eccezioni, delle giornate speciali, dei sabati di cielo azzurro spazzato da ogni imperfezione, una leggera brezza che toglie l’afa e fa muovere l’orlo delle gonne e l’estate sembra bella anche in città. Si cammina nel centro delle piazze con il sole in faccia, ci si ferma a guardare le vetrine già ammiccanti all’autunno pensando che, marameo, la mia estate la allungherò un pezzetto laggiù verso l’equatore dove il freddo è arriva solo dai condizionatori d’aria. Vista da qui l’estate a Torino non è così insopportabile.
Dice lei
continua la riflessione di ieri sera...
E che poi, con il passare del tempo, sia propria la consepevolezza di questo onere a dare quel senso di solitudine e frustrazione?
Dice lei
Io mi angoscio,
tu ti angosci,
egli si angoscia
E ognuno si angosci per conto suo.
Sia sicuri che la condivisione delle angosce sia elemento necessario e costitutivo di grandi amicizie e amori? O è solito un palleggio continuo senza frutto e alla lunga senza sentimento?
Forse imparare a reggere le proprie angosce fa parte del pesante pacchetto tutto compreso del diventare adulti.
Riflessione di tarda sera.
Giorni
Ci sono giornate, settimane, persino mesi in cui la ricerca del bello è difficile. Un'impresa. Una necessità tuttavia per me impossibile da non soddisfare. Ci sono giorni in cui le risorse per farlo sono poche, le energie consumate da giornate di lavoro con le lancette impazzite, il sole si alza e tramonta senza averlo gustato come merita, non c'è sufficiente energia neanche per sperare, in certi giorni. Non ci sono conversazioni, confidenze, ognuno sembra seguire le proprie linee di pensiero come autostrade senza uscita. E senza accessi. Sordi. Arrabbiati. Allora mi butto sul futile, sulla carta, nelle pagine di un giornale, magari straniero, giusto per togliere banalità al tutto o su amiche registrate, su un dvd.
Dice lei
Prendersi una giornata libera perchè nevicherà è una piccola stupidaggine, ma con la prospettiva di un calendario pieno di giorni di ferie tutte nuove di zecca non ho resistito.
E così, ieri sera, è cominciata la mia piccola personale vigilia di nevicata. Spio ogni fiocchetto, ne tasto la consistenza e prego dentro di me che non si arrenda, che non si interrompa.
Stamattina sono saltata già dal letto per controllare la situazione, ma come spesso accade in città, se n'era posata solo un velo, fragile e sottile, impalpabile come la neve stessa. Sono uscita per godermela comunque, con la scusa delle commissioni da fare, nei negozi e nelle varie botteghe finalmente vuote dopo l'abbuffata natalizia e prima di quella che ci sarà sabato con l'inizio dei saldi. Le poche persone in giro per la città, hanno un po' la mia stessa espressione, quella di chi ha trovato una buona scusa per camminare sotto i piccoli fiocchi mentre, in realtà, vuole divertirsi a mangiare cristalli di neve alla prima occasione, senza farsi vedere. Solo pochi, i meno fantasiosi camminano svelti con l'inutile ombrello, coloro che temono gli spifferi, le correnti, le giornate di vento, la vita.
E così ho davanti un intero pomeriggio, una finestra con le tendine tirate, libri da leggere, da studiare, panni da sciacquare e da stirare, spiando il cielo e cantiticchiando " let it snow".
Dice lei
La settimana di lavoro è finita,
i regali ci sono quasi tutti e sono impacchettati,
la città è ai massimi livelli di stress pre-natalizio,
i miei nervi anche,
la mamma di Dumbo per Chiara forse non avrà la cuffietta ma lo scialletto sì l'ho trovato,
i biscotti natalizi sono tutti glassati e decorati pronti ad essere confezionati e consegnati,
la gonna per le feste acquistata,
mia madre ha già avuto il suo rush allergico al pesce,
mio padre pare sia isterico,
il fidanzato che odia il Natale è in arrivo sul binario tre,
mia sorella ha la bronchite,
mio cognato ha l'influenza.
Sono pronta, facciamo questo Natale.
Auguri a tutti !
Dice lei
Sabato sono andata dal parrucchiere...

Dice lei
India a Torino.
La città ha regalato alla festa indiana del Diwali un tramonto da sogno. Il cielo azzurro virava al rosa e gli alberi si proiettavano con ombre scure scure nell'acqua del Po, alle nostre spalle le luci azzurre del monte dei cappuccini facevano da sfondo.
Non era certo il Gange ma un pezzo di autentica India per un attimo è passato tra di noi, dando un significato vero per una volta alla parola "città multietnica".
Dice lei
Ancora cinque minuti
Sera del 31, esco di casa con alle spalle un vento gelido. E nella gola una lunga spina conficcata che non va né su né giù. Lungo la strada mi fermo a fare qualche acquisto e camminano vedo le mie scarpe e poco più. Vorrei mettere tutto giù a terra e urlare. Ma no ho alcun diritto di farlo e stringo i denti. Quando sai, la consapevolezza comporta la perdita di alcuni privilegi. Entro in largo anticipo nella metropolitana. Bella, nuova, pulita e tecnologica. Alla mia fermata è così presto che non so che fare. Scendo. E mi siedo nei freddi sedili davanti ai binari e aspetto che passi. Che passi il tempo, che passi lo sconforto, il momento. Nessun posto è adatto a questo come un sedile di una stazione. Dove il tuo attendere può passare inosservato tra i treni che arrivano e la gente che scende. O così si crede. Mentre sono lì, ferma con le mie borse piene, si avvicinano due signore venete sui sessant’anni, distratte e allegre, una un po’ in imbarazzo mi chiede se so fare una foto con il suo cellulare. Sì, le rispondo. Mi fa una foto alla metropolitana? Mi chiede. E la faccio. E lei mi ringrazia tante volte, guardandomi un po’ stranita, poi va via. E arriva un'altra donna. Ha tante sciarpe e un giaccone largo e anche lei tante borse con sé. Dalle maniche escono due braccine mozze. Molto corte, troppo corte. Con in cima delle manine storte e deformi. Al polso ha anche un tutore di cuoio. Si siede vicino a me e comincia a trafficare. Dopo un po’ tira fuori da un sacchetto un pezzo di pane e comincia a mangiare. Sette, sette e cinque, sette e dieci. Si alza e mi parla. Mi dice che dopo un po’ che sì è seduti loro arrivano. Arrivano e ti dicono gentilmente, che non si può stare lì. Che bisogna andare. Sono gentili, ma decisi. Lei mi ha avvertito. E io faccio passare ancora cinque minuti e poi vado via. Delia mi aspetta già all’uscita. La serata diventa di un altro colore e il tempo vola via.
Dice lei
Un dopoteatro
Quando il teatro fa sognare, Vane, ascolta:
http://www.youtube.com/watch?v=VE92mYeoHn4
Dice lei
Tra poco festeggerò un anniversario. Quattro anni di apertura di questa pagine, sempre uguali nella grafica, un po’ per incapacità tecnologica, un po’ pigrizia e un po’ perchè, in fondo, questo template infantile mi piace. Così com’è, semplice e sguarnito di bottoncini e opzioni. Uno dei primo pezzi fu sulla notte del 31, sulla pioggia che batteva noiosa contro i marciapiedi di una Milano inespressiva, sul mistero della donna con il sacchetto vista in metropolitana. Rileggermi ora, a distanza di tempo fa un po’ male. Perché era un periodo di grande frustrazione, di disillusione e di noia profonda. Istruttivo però. Perché anche da simili periodi si esce diversi, magari non migliorati ma istruiti su una nuova lezione di vita.
Da allora ci sono stati momenti molto più felici, con delle cadute che ho cercato comunque, per un certo pudore, di non portare su questa pagina elettronica. Perché veder scritta la felicità o la propria tristezza mi fa paura. Perché, sapendo che sono entrambe continui passaggi, voglio renderle leggere e ariose. Palloncini che ogni tanto si alzano da terra e poi all’improvviso scoppiano senza un perché. Preferisco scrivere solo di ciò che mi sta intorno. Della mia città, delle strane creature umane che mi circondano, di un viaggio, di una speranza, di alcune magie che nasconde la mattina. Occhi, sguardi che mi appartengono.
Dice lei

Dice lei
Stanotte sono iniziate le pioggie autunnali, dalla finestra socchiusa, per la prima volta, dopo mesi in cui l'ho spalancata anche di notte, si ascoltano gli scrosci d'acqua intermittenti su piazza castello. I momenti di maggiore intensità si accompagnano a urla di ragazzi, probabilmente sorpresi a metà dell'attraversamento dello spiazzo antistante a Palazzo Madama.
E' una strana serata, costellata di bene di male come ho già scritto, ancora una volta ogni mia disattenzione dal filo su cui cammino ha pagato il suo dazio.
Sono amareggiata da questa conferma ma nel contempo rassegnata a questo momento in cui evidentemente mi si sprona a stare sveglia e attenta, a lottare contro la sferica inerzia delle giornate che appiattisce tutto e azzera anche la memoria.
So di accompagnare a questa mia fase un intollerabile zelo e una maniaca attenzione verso me stessa e verso ciò che di me stessa vedo negli altri, la bacchetta pesta le dita anche di chi mi sta vicino e si trova a fare i conti con il mio continuo fare e rifare la lista di ciò, bisticcio, che deve essere fatto. Sorveglio il prossimo timorosa che il caos degli altri possa invadermi e rendere sempre più difficile il percorso sulla mia corda.
E' incredibile come il tempo abbia dimensioni così personali e diverse tra gli individui.
Passerà, mi dico. Smetterà anche di piovere.