Prendersi sul serio, mica facile, questo nostro vivere in recupero, la maturita' slitta sempre piu' in là a rimorchio di un miraggio futuribile. (Sergio Caputo - E' già domani - No smoking)
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Dice lei:
Se la vita fosse un pezzo di carne, oggi la addenterei cruda, strappandola a morsi.
Dice lei:

A mon seul désir
Mercoledì sera sono uscita dall'ufficio per prendere il treno per Torino (ma va?), avevo calcolato, come mi piace fare, i tempi al cronometro per passare in libreria a comprare l'ultimo libro di Tracy Chevalier "La dama e l'unicorno". Una volata ed ero già fuori con il mio bel sacchetto croccante pregustando un viaggio di totole immersione nella lettura. Ma il treno in pochi minuti si è riempito all'inverosimile e in simili condizioni ho ritenuto meglio optare per una sbirciata al corriere della sera, il mio nuovo libro meritava un momento migliore per essere iniziato. Quand'ecco che sulla cronoca di Milano leggo in un piccolo trafiletto: Tracy Chevalier presenta alle 18,30 allo Spazio Armani in via Manzoni il suo nuovo libro "La dama e l'unicorno". Non ci potevo credere, l'avevo mancata per pochi minuti, ero lì davanti, alla stessa ora con il suo libro in mano e lei magari stava guardando le vetrine. Beh, niente di che, solo binari.
Dice lei:
Ci sono degli oggetti che entrano negli armadi senza una ragione precisa, non sono belli, non sono pratici, ci restano e non se ne vanno più. Dopo lunga osservazione del mio prossimo ne ho individuati un paio.
Medaglia d’oro alla sciarpa di ciniglia fatta a budella di vacca.
Da chi, come e quando sia stata studiata e fatta realizzare resta un mistero, mi pare di ricordare che sia saltata fuori cinque anni fa ed è stata riprodotta ed imitata milioni di volte, venduta ovunque fino all’ultimo stadio della catena commerciale ovvero sulla coperta dei vu cumpra’.
La trovo sinceramente ributtante, ogni volta che ne vedo una il mio pensiero va ad animali sbudellati e appesi a ganci di metallo.
Prima a pari merito, si piazza la finta pashmina, la vera tessuta mano da fini artigiani dell’India misteriosa alternando un filo di seta d uno di cachemire, è stata sul mercato delle vetrine del centro, si e no, due anni, poi abbandonata, troppo costosa. Da quel momento in poi però si è scatenata una vera epidemia di simil pashmine, riprodotte e vendute con i nomi più assurdi: pascina, pastmina, eco pashmina (?), vera pashmina di viscosa, pashmina di soia e seta (commestibile). Insomma, mille varianti sotto i 20 euro che appena tirate fuori dalla busta sembrano graziose, ma dopo 15 minuti che le hai al collo sembrano dei mociovileda. Quasi tutti ne hanno una, che in un momento di debolezza hanno comprato al mercato di via Solari, o gli è stata rifilata a Natale.
Anche qui, direi che è meglio la sciarpa fatta ai ferri da zia Matilde.
Dice ancora lei:
Venerdì c'ero, alla blogfest, ma ero distratta.
Dice sempre lei:
Ragazzi semplici
Ogni tanto le riviste ci prendono per il culo.
Esempio: Vanity Fair di giovedì 20 novembre, intervista ad Antonio Banderas.
Antonio ci dice che è entrato piuttosto tardi nel fascino mondo di Hollywood e nel relativo star stystem e quindi è rimasto un ragazzo semplice, taglié col piulet, come si dice dalle mie parti.
Vive in una semplice villa a Los Angeles che è una via di mezzo tra il tuscan style e il mexican ma non vuole impressionarci. Aggiunge che è un bravo papi (e lì c’è la foto che parla, lui che lancia sua figlia sul tappeto elastico) ed è anche un bravo cuoco.
Ma guarda un po’, lui sa fare gli spaghetti al pomodoro e la paella. Quindi lo sono anch’io, visto che so fare il pollo al curry e il riso alla cantonese. Quel che giusto è giusto. Una volta quando uno sapeva metter giù sul fuoco due robe si diceva al massimo che sapeva “far da mangiare”.
Poi la giornalista cattivella passa alle domande sulla moglie Melanine: - E’ vero che sua moglie è gelosa?-, chiede, - Assolutamente no, sono tutte vili bugie - risponde lui indignato.
– Veramente, ci risulta che sua moglie, una volta a Roma ha assalito fisicamente una giornalista che indagava su un suo presunto flirt nato su un set - insiste lei, temeraria, -Ah! ma quella volta Melanie stava male, era appena uscita dalla clinica per una disintossicazione - fa lui, - Allora è una drogata?- ribatte lei.
- No, siete i soliti giornalisti malpensanti. Lei aveva fatto uso di farmaci antinfiammatori per un dolore al collo, e per uscirne è andata in clinica, è stata coraggiosa!-.
Insomma, Antonio, ci hai preso tutti per deficienti? E dire che, come leggiamo, fino a trenta e passa anni, camminavi sui marciapiedi per strada, come uno di noi. Mi sembra che se uno si fa di Aulin e si beve le fiale di Muscoril, è un po’ fuori di testa, non credi? E voi giornaliste, penserete mica che ce la beviamo questa cosa del “credevo che Antonio fosse”…intelligente “e invece”…è un pirla.
Dice lei:
Oggi sono polemica
Queste fine settimana ero turna a Torino. Sognando viali vuoti nella nebbia di novembre mi sono scontrata con la dura realtà ovvero con il programma “Coloriamo Torino”. La città non è nuova a queste iniziative uazz’ab banda da festa in piazza. Io sinceramente le odio.
Il nazionalpopolare mi fa venire l’orticaria sulle braccia, al primo suono di trombetta inizio a grattarmi.
Sono iniziative fatte da chi soffre del mal di periferia e ha bisogno del un due tre casino! per capire che è domenica.
Il primo crocicchio di attori di strada che ho incontrato mi ha fatto sorridere, - ma guarda- ho pensato - che cosa carina-. A decimo, in due giorni, urlavo. Ovviamente la stessa piene era ripetuta più volte al giorno e così la sensazione era da deja vu da incubo.
E i torinesi? Tutti in piazza anche loro. Perché il torinese ha la sindrome di sentirsi europeo e si sa, gli artisti di strada, fanno tanto Parigi (frase che in due giorno ho sentito pronunciare svariate volte). Ma cara madama Volpe, ma lei a Parigi ci è stata? No, perché le giuro che è un’altra cosa. Prima di tutto sono attività spontanee e non organizzate dalla giunta con i soldi grattati dal fondo della cassetta delle offerte. E ho detto tutto. Ci sono ballerini favolosi che si portano tutto da casa: radio, luci, musica e ti organizzano spettacoli delle meraviglie. Altro che la compagnia Pettola & Compagni che mi rifà per 15 volta la scenetta della moglie gelosa e la banda che strombetto la musica del circo! Ma per la miseria, non siate così boccaloni, per sentirvi europei mirate un po’ più in alto.
Dice lei:

Mammamia che giurnà. E’ iniziata male oggi, al suono della sveglia ero su galassie lontane, poi sono stata risucchiata da un tunnel e scaraventata sul pianeta terra in una marroncina giornata di novembre. Il mio corpo, come diceva giorni fa la mia cara gaia, è rimasto laggiù, sì è sdoppiato e la parte più pesante di me si è messa in moto ed è giunta fino qui. Mi sento dura come un pioppo, i capelli sono impazziti e non ho il controllo della mia voce (oddio, che sia ictus..). Sono alla terza dose di caffeina e sono solo le 10 e qualcosa. Odio le voci, i rumori forti, voglio che mi tratti con cautela. E stasera c’è la blogfest, chissà se ci andrò o no.
Dice lei:
Oggi è il complenno di Chiara: 1 anno.
Dice lei:
Misteri della vita
Durante le mie infinite peregrinazioni da una città all’altra, mi sono venute in mente alcune domande che non trovano una spiegazione:
la vecchietta animalier
Cosa spinge una signora anzianotta a cacciarsi dentro uno stampato a leopardo? Nessuno lo sa, la fantasia maculata compare su guanti, colbacchi, giacconi; che sia un’aggressività per troppo tempo tenuta a bada? Un richiamo sessuale di ritorno? Una voglia di mimetizzarsi in una giungla d’asfalto? Mah.
In ogni viaggio in treno che si rispetti, me ne becco almeno una, di solito debitamente scosciata, con accenni frivoli quali magliette rosa fragola, bocca tumida di gloss. Non appena si muove mi perviene alle narici un olezzo di deodorante Impulse, quello spray in bomboletta nera con farfallina azzurra, gialla o rosa che era in vendita già negli anni settanta nei supermercati e che si caratterizza per avere una formula chimica dolciastra che al primo accenno di sudorella, diventa un miscuglio di dado e rosa canina…l’effetto è micidiale, perché qualcuno ancora lo compra? Nessuno lo sa.
La fotta della siga
Colpisce uomini e donne, indifferentemente, è una febbre che colpisce non appena il mezzo, treno, metro, bus apre le porte, lui/lei si è già preparato l’amata droga e appena mette il piede sulla terra ferma fa scattare l’accendino ed uscire il primo sbuffo bianco. Crisi d’astinenza? Certo, ma che gusto ci sarà a fumare in mezzo alla folla in transito, comminando spediti, urtati, con il gomito del tuo vicino ad altezza costola? Boh?
Io, si sarà capito, sono un po’ una rompiballe, non amo la ressa, né la folla e diciamolo, il mio prossimo più no che sì. O meglio, voglio, pretendo il mio spazio, un metro cubo d’aria only for me non chiedo tanto.
Questa mia “mania” mi porta ad assumere vari comportamenti, del tipo “arrivare in anticipo”, mi piace scegliere il mio posto su treni e autobus, con calma, in fondo alla carrozza, nell’angolo più remoto, ma, ancora non ho capito perché, la pace dura poco. Se ci sono otto sedili vuoti? Ecco che una tizia gonfia di valigie si accascia accanto a me, un secondo dopo, nei sedili davanti si piazza una coppia di ragazzi limonanti. Mi guardo intorno disorientata e vedo altri settori vuoti. Perché? Mi metto a leggere contro una colonna? Ecco che arriva una tipa che vuole passare.
Dove? Dietro al mia schiena, naturalmente.
Sto guardando una vetrina e arriva una signora con un cappello di feltro viola che si appoggia alla mio braccio! Il massimo l’ ho raggiunto da Princi (uno dei miei posti preferiti), quando una signora, alle mie spalle si è messa a leggere il mio giornale.
Lì mi sono proprio arrabbiata.
Dice lei:
Ieri pomeriggio ero ancora nella mia città, avevo un incontro piacevole e terribile allo stesso tempo: quello con il mio dentista. Lo conosco da 16 anni ed è una delle persone più simpatiche ed interessanti che abbia mai incontrato; non sono mai arrivata a baciargli il gomito come Penelope ne il tempo delle mele, ma per così dire “ci ho un debole”.
Comunque sia, io di lui mi fido, gli dico “fai tu” come si dice a Rolando (un nome a caso) il parrucchiere, solo che poi (anche in questo caso) sono tutti affari miei. Ovvero si parte dalla sostituzione di un’otturazione e si arriva ad una protesi in ceramica bone china che se mi facevo intarsiare un diamante mi costava di meno. E in più soffro, ma qui ho delle soddisfazioni perché soffre anche lui. Lo faccio sentire un mostro, sto lì sulla poltroncina verde con occhi da bobi implorante e ad ogni nervo beccato mi irrigidisco e faccio dei salti che l’attrice dell’esorcista se li sogna!
Tra una capsula e l’altra lui fa anche il medico omepaticokinesiologicopsicologo, sono una delle poche persone che può dire di aver passeggiato in mutande davanti al suo dentista, serve per vedere se ho cedimenti strutturali, così mi ha detto. Poi mi fa domande da fidanzato tipo “ma come stai veramente? Dentro dico”, mi parla dell’indice di sopportazione delle frustrazioni, che se supera il numero X sfocia in malattie, anche alla tomba (questo accento sepolcrale lo ha messo ieri).
Ogni tanto mi rifila i fiori di Bach, che io regolarmente compro e poi non prendo, giusto per mettermi a posto la coscienza …, mi fa esami di resistenza fisica per vedere se sono in forma, ogni tanto ci scappa qualche complimento, ma così velato e ironico che mi chiedo se non sono io che fraintendo, del tipo, ieri vedendomi sulla poltroncina con il mio completo gonnina e giacchetta nera mi ha detto che gli facevo tenerezza …che dite mi intorta solo per rifilarmi la freagatura? Insomma è un gran tipo.
E adesso, vai con il pezzo:
When I was young and just a bad little kid,
My momma noticed funny things I did.
Like shootin' puppies with a BB-Gun.
I'd poison guppies, and when I was done,
I'd find a pussy-cat and bash in it's head.
That's when my momma said...
(What did she say?)
She said my boy I think someday
You'll find a way
To make your natural tendencies pay...
You'll be a dentist.
You have a talent for causing things pain!
Son, be a dentist.
People will pay you to be inhumane!
You're temperment's wrong for the priesthood,
And teaching would suit you still less.
Son, be a dentist.
You'll be a success.
"Here he is folks, the leader of the plaque."
"Watch him suck up that gas. Oh My God!"
"He's a dentist and he'll never ever be any good."
"Who wants their teeth done by the Marqui DeSade?"
"Oh, that hurts! Wait! I'm not numb!"
"Eh, Shut Up! Open Wide! Here I Come!"
I am your dentist.
And I enjoy the career that I picked.
I'm your dentist.
And I get off on the pain I inflict!
I thrill when I drill a bicuspid.
It's swell, though then tell me I'm mal-adjusted.
And though it may cause my patients distress.
Somewhere...Somewhere in heaven above me...
I know...I know that my momma's proud of me.
"Oh, Momma..."
'Cause I'm a dentist...
And a success!
"Say ahh..."
"Say AHhhh..."
"Say AAARRRHHHH!!!"
"Now Spit!"
(the little shop of horror - The dentist)
Dice lui:
I Famosi, l'isola e io
C'è una specie di sollievo nel constatare la fine di trasmissioni come “il Grande Fratello” o “l’Isola dei famosi”. Anche chi non le ha mai seguite partecipa della liberazione di chi le seguiva; ne parla lo stesso, aggrappandosi a un nome o a un episodio di cui ha avuto notizia.Tutti coloro che non guardano questi spettacoli hanno guardato, con disprezzo o simpatia, che li guardava.
Adesso è finita, e già mi manca. Chi ignorerò, d’ora in poi?
Mi sento un po’ sterile; terreno infecondo su cui la fama degli altri non attecchisce. Un po’ poco per diventare famoso a mia volta, siamo in troppi a non avere seguito il programma, troppi anche ad averlo seguito.
Guardare o non guardare? Non è questo il problema.
Forse, in fondo avremmo voluto esserci.
Dov’eravamo, al venerdì sera, negli ultimi mesi? Che facevamo lontano dalla TV, senza spettacolo né spettatori?
Io non lo ricordo è certo, di dov’ero io, non se ricorda nessun’altro.
Vivevo, indefinitamente, opacamente. Nell’appartamento accanto al mio, rimbombava la voce arcigna di Simona Ventura; scoppiavano i battimani, attutiti, dietro la parete. L’isola si installava nell’immaginario, verde e ferma. E fuori avanzava l’autunno, pioveva.
Tutto tendeva ad uno scopo ultimo, come sempre; solo sull’isola, ci si realizzava nello scopo prossimo:la nomination, l’eliminazione; il bello, il brutto, il cattivo. Tutto aveva un nome e il tempo esisteva. Veniva filmato, attestato, testimoniato.
Mi rendo conto, solo ora che quei Venerdì sera sono esistito anch’io; i dieci milioni di telespettatori davano un senso anche a me, che, in tutt’altre faccende affaccendato, dilapidavo le mie energie su un’altra isola, senza telecamere né palme. M’avesse visto qualcuno, cucinare in felpa e braghette, o inviperirmi, o accorciarmi le basette!
Magari non sarei piaciuto, o avrei sofferto di chi mi avesse ignorato.
Adesso soffro comunque; confusamente, debolmente, per altri motivi; ogni volta che ignoriamo qualcosa facciamo del male a qualcuno, ogni volta che ignoriamo qualcosa facciamo del male a noi stessi.
La prossima edizione dell’”Isola dei Famosi” non mi trova impreparato. Sarò lì, nel tempo, al mio posto; sul divano, a guardarla o sull’isola, a viverla.
Dice lei:
Le francesi (Parigi a parte), vestono malissimo.
Dice lei
Domani
Domani si va in Francia. Attraverso un buco nella montagna si sbuca dall'altra parte, come un topolino nella gruviera. Ci attendono 48 ore di inferno, tra orde di ragazzini completamente in palla per questo o per quello mito della bande dessiné francese. Noi atterriamo su un pianeta sconosciuto, con quella faccia un così che hanno quelli che cercano fortuna in un paese che non è il loro, gli occhi verso il cielo, cercando una direzione. Litigheremo è certo. Tutto costerà troppo, se uno avrà fame, l'altro avrà sonno, la camera d'albergo sarà vista ferrovia e nella notte magari faremo i bagagli per tornare a casa.
Comunque si va, si deve. Mi chiedo come sarà questa cittadina ai piedi delle Alpi, guarderò ancora una volta le finestre illuminate nella sera, le figure scure che si muovono dietro i vetri, i lampi bianchi di un televisore che va, e sentirò quell'intesa fitta di solitudine che mi prende durante i mie lunghi e brevi viaggi, quando mi rendo conto dell'impossibilità di penetrare nella realtà che mi scorre davanti.
Dice lei
Ieri.
E ieri sera dopo la notizia, l'empio pasto. La differenza tra il giornalismo e il sensazionalismo a reti unificate. Pessimismo e fastidio.
Dice lei:
Minestrina, ti amo...
Cosa c'è di meglio (per me) di una cena a base di minestrina? Tutto è perfetto, nel frigo è avanzata una scodellina di brodo di pollo, fatto da me, con le mie manine (piccoli miracoli della pentola a pressione), scovo in fondo al cesto della frutta due piccole patate, mi metto al lavoro: prima pelo le patate, le due piccole sono sufficienti, le faccio a fettine sottili, aggiungo un po’ d'acqua e metto sul fuoco. Al bollore ci butto due pugni di stelline che piccole e perfette cominciano a saltellare allegramente nella pentola, dopo sette minti spengo e scolo l'acqua che avanza, poi aggiungo il mio brodo di pollo. Mi trito un po' di grana e dopo pochi minuti sono pronta. Chiudo gli occhi e sono di nuovo bambina nella cucina arancione, fuori è sera, mia mamma è girata di spalle verso il lavello in televisione passa l'ennesimo telegiornale, io gioco con il cucchiaio a fare le stradine tra la pastina. Insomma, lo so molti inorridiranno ma per me la pastina in brodo è una piccola celebrazione privata.
Dice lei:

Domenica è sempre domenica.
La sera volge al termine,e si inabissa verso la notte, che giornata giroingiro, passata tra impasti di torte riuscite 1-2 (la prima è finita nella spazzatura perchè anzichè di carote sapeva di segatura), nel cercare di ordinare un impossibile disordine, tamponare con stracci e spugne una nuova perdita nel lavello, a sistemare queste pagine piene di errorini e somarate.
Alla fine non ho concluso molto, ho cercato di ascoltare musica, concludendo che i miei cd sono pallosi e che non so da cosa dipendano i mie gusti musicali visto che variano così spesso passando dall'entusiasmo alla noia. La cultura musicale mi manca totalmente, è così, sono capace di passare da Edith Piaf ai Tiro Mancino senza colpo ferire. Me ne frego.
Segno a mio favore l'aver ricevuto in regalo ieri un cappotto, o meglio "il cappotino nero" per eccellenza, l' incarnazione del sogno di qualunque bambina si è materializzato in taglia adulta in una vetrina del centro. Svasato, con chiusura ad incrocio, scollo di velluto liscio, senza bottoni si allaccia con dei nastrini lucidi. E' stato amore a prima vista. Dopo una un certo numero di pressioni psicologiche, alla fine mi è stato regalato, non so quando lo indosserò, il capriccioso capo è di difficile abbinamento e di medio peso, non lo si indossa per ripararsi ma per mostrarsi al mondo. Perchè regarlo a ruolo di cappotto? Lo eleggerò a ruolo di vestito o giacca a seconda della giornata.
Dice lui:

Io compro Vanity Fair
Alla sesta settimana di vita l’edizione italiana di “Vanity Fair” (e il titanico lancio pubblicitario che l’ ha letteralmente imposta) conseguono, la vittoria definitiva sul tramortito lettore; io – e non sono l’unico – non leggo più la rivista, ma continuo a comprarla.
Ho paura. Paura di loro.
Già non Li leggo più; da un mesetto ho l’impressione che Gwyneth Paltrow, Eros Ramazzotti e Amendola & Neri siano un po’ incazzati con me. Sicuramente lo sono; in termini astratti, certo: ma per quanto ancora?
Personalità bizzose , egocentriche, affermate: io li ho ignorati!
“Credevo fosse…e invece!”. Era davanti a casa mia. Nella via accanto. Sui marciapiedi. Alla mia edicola (of course). Nella mia TV, alla radio. Farebbero presto a rintracciarmi, se volessero.
Ma io lo compro, Vanity Fair. Per comprarlo, lo compro. Lo sfoglio. Se insisteranno ancora un po’ mi rimetterò anche a leggerlo. Non voglio grane io. Non con Loro.
Sono troppo famosi. Troppo potenti, troppo ricchi. Potrei mai mettermi in rotta con ciò che io stesso non sono riuscito a diventare? Chi sono io, per ignorare il fatto che Gorge Clooney a ottobre inoltrato fa ancora il bagno nel lago di Como e VA A COMPARSI IL FORMAGGIO IN VALTELLINA?
Non resisto più. Prendo il numero nuovo. Lo apro. Lo sfoglio. Checchi Gori. Enrique Iglesias. Amendola & Neri. Calendario Pirelli (wow!). Gemelle Kessler che fanno le sagge. Coco Chanel (mitica!).
E' che non riesco a leggerlo; inizio, ci provo, ma poi la mano gira pagina. Forse se ci scrivesse Guia Soncini… . Spilucco pettegolezzi dalla rubrica “Vanity Spy”. Sono di poche righe ciascuno, ma occupano un bel po’ di pagine. Non ne finisco neppure uno; li salto, guardo solo le foto. Non mi dicono nulla.
Chiudo la rivista.
Sono pazzo? Sono depresso? Ho qualcosa che non va? Fisso una crepa sul muro. Mi pare bella. Sono quasi le due di notte. Decido che se va avanti così, “Vanity Fair” non lo compro più.
A questo punto squilla il telefono.
Rispondo, ascolto.
“No – Vi prego…”, dico poi. “Stavo solo scherzando…”
Dice lei:
Stasera vado con la ricetta, non mia, del pane fatto in casa. Di fatto tra poco mi m'en ciapu el tran e men vo a ca' mia à Turin. Sono mezza barese, mezza calabrese, quindi con il dialetto vado ad orecchio, puristi ignoratemi.
Il pane fatto in casa (ricetta di Bruna)
Allora ecco la mia ricetta, che naturalmente provvederete a ritoccare in base al vostro gusto e al funzionamento del vostro forno.
Ingredienti: Kg 1 di farina di frumento (ottima anche la farina di grano duro) 4 bicchieri (di circa 150 ml l'uno) di acqua tiepida 4 cucchiaini rasi di sale, 4 di zucchero, 1\2 cubetto di lievito di birra facoltativo: un filo di olio extravergine d'oliva. Preparare la farina a fontana sul tavolo. Per chi avesse problemi si puo' usare anche una grossa terrina dove poter impastare. Sciogliere in un bicchiere d'acqua tiepida il mezzo cubetto di lievito e aggiungerlo alla farina. Procedere allo stesso modo con il sale e lo zucchero. Una volta aggiunti i 4 bicchieri d'acqua cominciare a lavorare la pasta che dovra' risultare morbida ma non appiccicosa. Aiutarsi eventualmente con piccole aggiunte di farina. Lavorare per almeno 10-15 minuti. Ottenuta una palla liscia mettere a lievitare coperta da un telo in luogo caldo per due ore. Trascorse le due ore rilavorare la pasta e al termine collocarla sulla teglia del forno,dopo aver praticato un taglio sulla superficie, coprire e far lievitare ancora due ore. Prima della scadenza delle due ore accendere il forno e portarlo ad una temperatura di 240 gradi. Infornare a mezza altezza e cuocere per circa mezz'ora, al termine della quale si abbassera' la temperatura a circa 190 gradi e si cuocera' ancora per circa 15-20 minuti. A questo punto il pane e' cotto. E' chiaro comunque che, proprio perche' i forni non funzionano tutti allo stesso modo, ognuno dovra' aggiustarsi la ricetta con la pratica. Questa e' una ricetta molto ridotta come numero di lievitazioni, ma chi volesse e soprattutto avesse il tempo puo' fare piu' lievitazioni, il pane risultera' ancora piu' buono.
Dice lui:
Bye bye, Guia
Scomparso il blog di Guia Soncini.
A me ignote le cause.
Troppi gli impegni di Guia ? Demotivanti i riscontri sul Web? Insostenibile (per lei) l’ostilità mostratale dagli altri bloggers? Troppo giovane? Troppo “pubblica”? Va a sapere…Una scorsa ai commenti lasciava intuire un clima poco benevolo. Io ho apprezzato alcuni suoi pezzi brevi su “Io Donna”, lunghe, deliranti ( e competentissime) tirate sulla moda per “Marie Claire”. Il blog era scorrevole, birichino, a tratti criptico, un po’ monotono, molto visitato, molto contestato. Ora non c’è più. Peccato. A me Guia piace. Mi piace il suo stile, mi piace lei. Esibisce intelligenza e cultura, parlando di cose frivole e stupide; posso capire che irriti i frivoli e gli stupidi. Solo chi ignora bellamente moda e TV può apprezzare la sua “apologia della De Filippi”; per non essere d’accordo bisogna accordare alla De Filippi un’importanza oggettiva; fare finta, insomma che esista davvero. Per me non è così; la sua esistenza, a mio avviso, non ha avuto altro scopo che quello di produrre in Guia il desiderio di scrivere qualcosa su di lei; e lo stesso vale per qualsiasi altro argomento di cui Guia si occupi, sia esso la moda di Parigi o le scarpe di Prada. Basta che lei ne scriva e il mondo acquista una sua ragion d’essere. Kyle Minogue e Giuliano Ferrara trovano, grazie a lei, una loro collocazione nel cosmo, almeno in quella parte di cosmo che si lascia percepire da me. La scomparsa del blog di Guia Soncini è la notizia di un mondo che scompare.
Spero che riappaia. La notizia mi è stata data da un altro blogger, che ricordava divertito le ostilità e i dissensi che ne hanno caratterizzato l’esistenza. La sua soddisfazione era palese.
Professionista in un mondo di dilettanti, adusa a scrivere dietro compenso, troppo brava per essere amata, Guia firmava col suo nome e appariva in foto con lunghe gambe e bella faccia. Mi faceva venire in mente le ardenti parole con cui Camus conclude il suo “étranger”: - Perché tutto sia consumato, perché io sia meno solo, mi auguro che ci siano molti spettatori il giorno della mia esecuzione, e che mi accolgano con grida di odio -.
Dice lei:
![]()
Oggi è una di quelle giornate. La mia mano destra continua a scivolare nel primo cassetto della scrivania e a staccare quadretti di cioccolato alle nocciole. O, adesso che l’ ho finito, pezzetti irregolari di cioccolato bianco. Sono giorni che vado avanti così, dritta verso il baratro intimamente convinta che queste pezzi di calorico cibo si dissolveranno nel mio corpo senza conseguenze. Ci credo proprio. Così come quando da piccola mi convincevo che se mangiato a piccolissimi pezzi il cioccolato non facesse venire il mal di pancia. Basta crederci nelle cose. Sopra il tetto della casa di fronte si staglia un pezzo di cielo azzurro, sulla strada ci sono ancora le tracce dell’incidente di ieri. Irregolari macchie di sangue e segni di gesso bianco. Per pochi minuti, a volte bastano pochi minuti a evitare il dolore e la paura. Oggi siamo qui entrambe, chine sulle pratiche azzurre del nostro ufficio, ma sarebbe potuto essere molto diverso, per pochi preziosi minuti.
Com’è ingiusto morire così, sdraiati sull’asfalto, in una giornata di inizio novembre, in mezzo a tanti estranei, in un crocevia di vite, forse consapevoli di aver travolto con sé altri inconsapevoli passanti, che con le mani in tasca si avviavano verso i bar per un caffè.
Oggi è così, una giornata in cui ci si sente un po’ graziati dal destino, ma nello stesso tempo tesi per la consapevolezza.
Dice lei:

Domenica ho preso la bicicletta.
Era tanto che non ci andavo più, prima pioveva, poi l’ascensore era rotto, ma alle otto di domenica mattina tutto era perfetto, dalla mia finestra sui tetti di Torino si vedeva l’arco alpino stagliarsi azzurro, il sole era tiepido, ho gonfiato le gomme e sono uscita.
Dapprima la pedalata era legnosa, pinocchio in bicicletta, ma già verso piazza castello volavo leggera. Ho attraversato il piazzale vuoto con il sole in faccia e gli occhi che già lacrimavano per l’aria del mattino e ho puntato il fiume.
Avevo voglia di vedere gli alberi del lungo Po.
Di vedere l’autunno.
Non attraverso le vetrine, di sentirlo addosso, di annusare l’odore delle foglie secche tritate.
Poi sono arrivata, i Murazzi del Po’ erano sgombri, ogni tanto qualcuno passava correndo e soffiando, sono scesa e mi sono seduta su una panca di pietra umida a vedere l’acqua verde e densa andare verso il salto del ponte della Gran Madre. Dal circolo dei canottieri si è staccata una barca a motore. Sono stata un po’ lì consapevole del sole che si infilava nei mie capelli spettinati e li scaldava. Poi, un senso di fretta mi ha preso e ho ripreso a pedalare verso casa.