Prendersi sul serio, mica facile, questo nostro vivere in recupero, la maturita' slitta sempre piu' in là a rimorchio di un miraggio futuribile. (Sergio Caputo - E' già domani - No smoking)
Alogenio...
Antonio Nuovo
§ confusa
cavoletto di bruxelles
Dave
DuAle
ERIADAN
Fashion
Giulia 2
Glittering
La Maury
le stanze di gaia
Malvestite
Mica facile
MicroBlogGiallo
mynetopinion
Noantri
RedApple
Selvaggia
The sartorialist
Titania
viaggiointornoame
z.
oggi
aprile 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
ottobre 2004
settembre 2004
agosto 2004
luglio 2004
giugno 2004
maggio 2004
aprile 2004
marzo 2004
febbraio 2004
gennaio 2004
dicembre 2003
novembre 2003
ottobre 2003
visitato *loading* volte
Dice lei:

Oggi, per la seconda volta in questa settimana ho deciso di scendere molto prima dalla fottuta (hops!) metropolitana e di attraversare a piedi, con spirito salutista, i giardini di porta Venezia, tagliare per piazza Cavour e arrivare al Duomo incrociando piazza della Scala. Questo, un po' per muovere le gambe, un po' per salvarmi dall'alienazione.
Detesto le strade già percorse, che sia un’espressione di uno spirito anticonformista? Non lo so. Di fatto, spesso nel corso di un anno mi è capitato di cambiare il percorso casa-ufficio una decina di volte.
I giardini di Porta Venezia sono abbastanza belli, ci sono un po' di alberi robusti, giardinetti verdi ai lati e persino un piccolo laghetto con i cigni e soprattutto, nel mezzo del parco si trova il museo di scienze naturali, una vera perla, a me caro per motivi puramente sentimentali.
Stamattina ho scoperto una targa che li indicava come i giardini di Indro Montanelli, non lo sapevo; il mattino presto sono quasi deserti, soltanto l’area dedicata ai cani è animata da snobbissimi cittadini e pazienti ragazze sudamericane con i rispettivi quadrupedi, questi ultimi, di solito, piuttosto rabbiosi (comprensibile).
Mi piace attraversarli a passo veloce nell’aria gelida, con grossi lacrimoni che mi rigano le guance e che mi danno un’aria un po’ patetica, da bambina che ha perso la mamma tra gli alberi.
Piazza Cavour ha qualcosa che mi conquista, un po’ come tutte le piazze d'altronde, ho abitato spesso in edifici che davano sulle piazze, piazza Wagner, piazza Emanuele Filiberto, la piazza rossa (non quella là), la piazza del mercato di quand’ero bambina, il perché di questa simpatia non saprei proprio dirlo.
Poi imbocco Via Manzoni, una strada in cui il lusso traspare dalle vetrine lucenti, si impone nei portoni di legno, si specchia nelle targhe di ottone lucidate all'alba dai portieri. Arrivo in Piazza della Scala, sono quasi le nove, è piazza che mi piacque solo la prima volta che la vidi, in una serata di nebbia cinque anni fa, adesso la trovo piuttosto anonima (probabilmente il fatto che della Scala non sia rimasta che una muta facciata spenta, ha la sua rilevanza); tutt’intorno, possenti edifici simbolo del denaro e del potere, è un luogo così noioso da attraversare..
Alla fine del percorso arrivo in ufficio, con le guance rosse e il fiatone, mi sfilo in giaccone nel corridoio, il cuore batte, un po’ accelerato, sono viva.Dice lei:
Milano sotto sale
Hanno buttato sale ovunque, scricchiola sotto i tacchi e si accumula tra i ciottoli, buttato a manciate per prevenire non so cosa, forse per impedire a qualunque forma di vita di crescere.
Dice lei:
Aggiornamenti meteo:
A Milano nevica.
Dice lei:
Ultime sullo zibetto
Pare che in quel di Singapore sia una prelibatezza il caffè dello zibetto, trattasi di chicci di caffè ingoiati, digeriti ed espulsi dalla bestiola, poi recuperati da un addetto.Pare che il caffè così digerito abbia un inconfondibile aroma.
Non so se mi spiego.
Dice lei:
Il fascino del criticare
Ieri sera, parlando con il sig.dicelui (latitante), si conveniva sul fatto che le opinioni negative hanno una forza espressiva maggiore e vengono lette con più interesse e commentate, e di quanto sia più facile e sciolto per noi manifestarle. Molto più difficile invece esprimere un giudizio positivo su qualcosa, si cade subito nell’ingenuità o nel semplicismo. Una delle poche eccezioni è rappresentata da Gaia (capecchi) che riesce a parlare della bellezza di una serata di novembre senza scadere mai nello scontato.
Facciamo un esempio: qualche sera fa sono andata a vedere lo spettacolo di Fiorello, grazie ad amici sono riuscita a intrufolarmi senza pagare il biglietto. Devo dire che il mio giudizio su quella serata è positivo, mi sono divertita, ho riso spesso, tuttavia mi rendo conto di poter meglio esprimere le cose che mi hanno fastidio, che non mi sono piaciute. A partire dal pubblico, da stadio, diviso per caste, comprendeva intere famiglie che azzannavano giganteschi panini al salame e mortadella, che si dividevano pizza alle cipolle chiamandosi da un capo all’altro delle file, mentre a metà galleria le signore in visone rosicchiavano grissini e in platea Simona Ventura masticava gomme. L’aria era densa di odori di cibo, di pop corn in particolare e quando alle 10 è iniziato lo spettacolo io ero già stufa marcia. Dividevo il mio seggiolino da stadio con la metà della coscia di un signore cicciotello siciliano, che a metà serata ha tirato fuori una bustata di cannoli fritti alla crema e ha cominciato a distribuirli a tutta la sua famiglia e che rideva come un pazzo solo quando Fiorello, tra una gag e l’altra diceva “Minchia”.
Visto? Come scorrono i tasti quando se ne parla male…altrimenti direi che Fiorello è bravo, è un vero showman, insomma banalità su banalità.
Dice lei:
Per Paola, Dario e Filippo, tratto da Beppe Severgnini " 45 motivi per cui è bello vivere in America"
|
Niente claustrofobia, nemmeno negli ascensori, La bandiera. Magari la usano per farci il cappottino al cane, ma le vogliono bene |
|
La prevedibilità. Se esiste una soluzione semplice, gli americani scelgono quella. |
|
Gli errori. Sbagliare non vuol dire fallire, in America. Vuol dire averci provato. |
|
Le facce. Difficile sentirsi diverso, perchè di uguale non c'è (quasi) nessuno. |
|
La carta di credito. Una soluzione semplice per un mondo complicato (basta averla). |
|
I gadget. Piccoli grandi oggetti di cui gli americani non riescono a fare a meno (noi nemmeno, dopo un paio d'anni). |
|
Gli autonoleggi. Dieci minuti e siamo al volante. |
|
Distributori, bagni pubblici, motel, interruttori: sono dove servono. E funzionano. |
|
Le strade. Sembra di essere in America (ma perchè parcheggiano nei "driveways" e guidano nei "parkways"?). |
|
La lingua. Chi scrive "2nite" invece di "tonight" di sicuro ha in mente qualcosa. |
|
Le celebrità di Hollywood. Sono i reali d'America. Il vantaggio è che ogni tanto li cambiano. |
|
I parchi-divertimento. Sembra incredibile, ma ci si diverte. |
|
Gli ottovolanti. Sono più di otto, e quasi si vola davvero. |
|
Il succo d'arancia. Talvolta sa addirittura d'arancia. |
|
L'umorismo. Quando lo capiscono, gli americani si divertono. Quando non lo capiscono, ci divertiamo noi. |
|
La correttezza politica (political correctness). Una buona intenzione diventatata una leggera assurdità. Con questa, vi divertite di sicuro. |
|
Le autoradio. Non sono computer spaziali come in Italia. |
|
I poliziotti. Ci sono e si fanno notare. Talvolta sembrano aver visto troppi telefilm, ma glielo si perdona. |
|
Il nome proprio. Lo dite una volta, e un americano lo ricorda per sempre (mentre voi dimenticate il suo). |
|
La salsa barbeque (BBQ Sauce). Un profumo inebriante per un'esperienza importante. |
|
I sobborghi (the suburbs). I tropici dell'antropologo dilettante che si nasconde in ogni europeo. |
|
Le mance. Provate a non lasciarle, e la vostra diventerà una vacanza-avventura (oh yes). |
|
Le bistecche. Capirete perché piacciono tanto a Tex Willer. |
|
I ristoranti vietnamiti. Bella conseguenza di una brutta guerra. |
|
I "Chocolate Chips Cookies" (biscotti con pezzetti di cioccolato). Niente da aggiungere: assaggiateli. |
|
I SUV (Sport Utility Vehicles). Potrebbero arrivare in Patagonia per montagne e deserti, e invece sono parcheggiati tutti davanti alle "malls". |
|
Gap, Banana Republic, Ann Taylor: fate gli ultimi acquisti, prima che diventino italiani (leggi: belli, ma cari e sofisticati). |
|
Brooks Brothers. Quaranta dollari per un'ottima camicia: sembra onesto. |
|
Il cotone. E' un'altra cosa. |
|
I saldi e gli sconti: le vere armi non convenzionali dell'America, contro cui non c'è difesa. |
|
Elvis, the King. Venticinque anni dopo, resta un bel tipo. |
|
Bruce Springsteen: il più influente pensatore americano esiste davvero. |
|
I cimiteri: riposanti, e non solo per i residenti. |
|
I "pankakes". L'anima dolce del continente. |
|
E-commerce: c'è perfino qualcosa da comprare. Esempio: interessa il mio libro "Ciao, America!" (Doubleday/Broadway Books)? Lo trovate su Amazon.com. Trenta per cento di sconto). |
|
I dollari. Gli americani non si vergognano a parlarne (ho imparato anch'io. Vedi sopra). |
|
Le scritte al neon, i calmanti dell'ansietà nazionale. |
|
I secchi della spazzatura. Grandi, efficienti. E li portano via. |
|
Il basket in TV. Meglio se con pizza Domino e birretta gelata. |
|
Birre. Sam Adams e Sierra Nevada, e andate sul sicuro. |
|
Il ghiaccio. Utile per rinfrescare la fronte, fermare il sangue dal naso, curare piccole botte. Basta non metterlo (in quantità industriale) nella Coca-Cola. |
|
Il "Drive Thru". Quando devono ordinare il pasto davanti a un citofono, gli italiani si fanno prendere da panico. Spassosissimo. |
|
Il cappuccino. Ormai vale il nostro (basta non berlo dopo i pasti, come fanno loro). |
|
Linguini Primavera e Fettuccini Alfredo. Spiegate che in Italia non esistono, e li hanno inventati gli americani. Diventerete l'uomo/la donna più popolare della comitiva. |
Dice lei:
A.A.A. Cercasi
Cercar casa è sempre una rottura di balle si sa, una pena, ma a Milano diventa un impresa ai limiti dell’impossibile.
Requisiti: nervi saldi, volontà di ferro e/o forza della disperazione.
Di scelta, per carità, ce n’è molta, i cartelli colorati fioriscono davanti a quasi tutti i portoni come primule a primavera, “signorile, bilocale, parzialmente ristrutturato, da vedere”, “luminosissimo trilocale, parzialmente arredato, vero affare”, visti così creano l’illusione, per un momento, di essere di fronte a qualcosa per cui valga la pena di fare almeno una telefonata.
E allora si telefona: primo ostacolo la segretaria lobotomizzata, a malapena sa parlare poveretta, la prima cosa che ti verrebbe di chiedere è “C’è la mamma? Ho bisogno di parlarle un attimo”, non, non c’è ed è con lei che te la devi vedere.
Le chiedi di quel cartello visto in via Brunico, “zona Bicocca?”- dice lei, “No, non mi sembra proprio” dici tu.
Infatti la Bicocca dista più o meno 7 fermate della metropolitana ma, miracolo dei miracoli, per l’agenzia immobiliare le distanze non sono nulla, in quanto se dal settimo piano, in una giornata straordinariamente tersa e con una bussola in mano, avvisti un palazzo della Bicocca, sei zona Bicocca, se intravedi la guglia del Duomo, sei in centro!
Va bene, lasciamogliela passare; si passa all’appuntamento, lei ti propone le 10, le 10 e trenta oppure le 15 o le 15 e trenta, come se nessuno lavorasse dalle nove alle cinque, dopo insistenze te lo fissa alle 17 e trenta, ma sempre previa conferma.
Al giorno stabilito sei lì, hai dovuto dribblare il tuo capo passando per i sotterranei, travestita da fattorino trainando una carriola, mentire alla collega incontrata davanti ai bagni accampando un influenza intestinale fulminante, ma all’ora stabilita sei li pronta a prendere l’occasione.
Passano dieci minuti, poi venti, alla fine con le lacrime agli occhi (per il freddo) telefoni, lei, candida, ti conferma che “sì l’agente dovrebbe essere lì a momenti”, ma guarda un po’ non c’è, a meno che non si tratti dell’uomo invisibile, allora ti rimetti ad aspettare. Dopo altri venti minuti, lei ti chiama stavolta, affermando che c’è stato un “Terribile Inconveniente!”, il tipo è dovuto andare dal dottore. Saranno i cristi che gli ho lanciato, penso io.
Insomma il giorno dopo finalmente arriva “l’agente”, avrà più o meno vent’anni, non ha neanche la barba. Ti da’ del tu, e poco prima di entrare ti prepara, ti dice che la casa tu non la devi guardare com’è adesso, devi immaginartela, tutta bianca, immersa in un verde giardino, con un pettirosso sul davanzale…insomma alla fine è un maledetto tugurio al primo piano, con vista sull’angolo della pattumiera condominiale da un lato e nell’appartamento a fianco dall’altro, la cucina è una cloaca, il bagno sembra l’antro dell’inferno.
Il proprietario chiede 163.000,00 Euro, ma è disposto a scendere a 150.000, 00, ma pensa che generoso!
Il ragazzo mi smolla il biglietto da visita e salutandomi mi da’ una pacca sulla spalla.
Intanto, tutt' intorno scendono le primi luci della sera.
Dice lei:
Ore 13: Interno mensa
La lunga e tribolata digestione delle crocchette di patate di oggi mi ha ispirato a dedicare qualche riga alla mensa.
La mensa aziendale è l’appuntamento quotidiano dell’impiegato medio che non ha molta scelta tra il digiuno o lo svenamento dei bar del centro ed è fonte di tormenti gastrici e lagne che insieme allo sciopero della metropolitana e il caro euro ne fa uno degli argomenti più battuti nelle pause caffè (capitolo a parte).
Non è che uno voglia fare il difficile a tutti i costi (non è che a casa mia si servano anitre laccate o lucidi budini di riso pilaf) ma è la congiuntura tra la poca fantasia del cuoco, lo scazzo delle signore addette al servizio, la presenza dei colleghi che ne fa un mix esplosivo, che, se proiettato per i prossimi 35 anni (tanto mi manca alla soglia dell’età pensionabile), mi da’ l’orticaria a bolle.
Per cominciare, venti minuti di coda durante la quale potrete avere la rassegna stampa dei “cazzi altrui”: dalla collega che ieri sera ha litigato con la suocera, all’ultima amante dell’Ing. Taldeitali, fino a scoprire che siete nella lista esuberi del prossimo anno.
Poi viene il momento dell’apparecchiatura del vassoio, con selezione meticolosa delle posate meno sporche e della scelta: tra le pastasciutte di solito molto, ma molto elaborate, vince il riso bollito, semplice ma sincero che evita il torpore comatoso nel pomeriggio.
Tra i secondi brilla il pesce con la lisca (se la becchi vinci un infortunio sul lavoro), la polpetta alla yesterday e il wurstel con i crauti che porta la digestione ad essere il tuo scopo nella vita per quel pomeriggio.
Il contorno poi è la fiera del bollito: patate e/o carote bollite, fagiolini alla disfatta, finocchi bolliti alla vorrei gratinarmi ma non posso.
Tuttavia la mensa attiva la fantasia dell’impiegato meglio che una lettura di un libro di cucina veloce e lo tempra più di un corso di sopravvivenza., ogni giorno si studiano i vassoi fumanti e ci si sforza di assemblare qualcosa di decente. In ogni caso, riposto l’odioso vassoio, comincerà a turno la solita tiritera su quanto era triste il nostro pasto.
Dice lei:
Lo zibetto
Diciamolo, noi non lo sappiamo cos’è uno “zibetto”.La prima volta che l’ho letto a caratteri cubitali su un giornale sono andata in confusione, primo perché non sapevo cos’era, secondo perché non capivo la connessione con l’epidemia della SARS. Ma loro, i giornalisti, davo per scontato che tutti sapessimo che è una bestiola che i cinesi tengono in casa come un gatto e mangiano quando hanno voglia di qualcosa di sfizioso (orrore). Ho fatto una ricerchina ed ecco cosa ho trovato:
Lo Zibetto (dall'arabo Zabad) è un piccolo felino africano. L'assoluto di Zibetto è ricavato purificando la secrezione peri-anale dell'animale in alcool. Lo Zibetto strofina il suo posteriore sui tronchi e sulle rocce per segnalare la sua presenza ai rivali e alle femmine. Il suo odore così animalesco al primo approccio rivela, in una sua esplorazione olfattiva, un mondo d'emozioni uniche. E’ tuttora usato in Arabia e in Africa per curare alcuni disturbi ormonali (caduta dei capelli ed altro). E' un profumo conquistatore usato dai condottieri dell’antichità.
Non so voi, ma a me è passata la fame.
Dice lei:
La peggiore battuta di un film:
" ...e Dio disse Kung, e Kung fu " (da "Natale sul Nilo" Fr.lli Vanzina).
Dice lei:
Sono sempre più convinta che questa sia la città più invivibile d’Italia, in confronto Brancaleone in Calabria con i suoi fischi di pallottole è il giardino dell’eden. Oltre allo sciopero oltranzista adesso ci sono pure i Cobas del latte che minacciano di sfilare con le loro mucche a Linate, sono avvisati quelli che devono prendere un aereo in questi giorni, se riuscirete ad arrivare in aeroporto, e dico se, vi toccherà poi aspettare che i trattori liberino la pista.
Mi sa che è giunta l’ora di organizzarsi per la sopravvivenza. Anzitutto portarsi in ufficio un ricambio di canottiera calze e scarpe, perché quando si arriva da 9 km di marcia forzata non si è fresche come rose. Poi, munirsi di borraccia al caffè corretto per sostentarsi lungo la strada, una o più bustine di aulin, un vero toccasana per l’acido lattico, giaccone frangivento con bande luminescenti (meglio se intermittenti), gomitiera per farsi largo nella folla, una scatola di compeed (favolosi cerotti al silicone) antivesciche per i piedi, una maschera antigas per sopravvivere ai gas di scarico che vetture a fianco vi scaricheranno addosso e soprattutto sguardo assassino, freddo e determinato con cui fulminare ogni ciclo/motociclo/carrozzato ( se del caso carrozzina) che vi sbarrerà la strada.
Oppure dedicarsi alla ricerca dell’acciarino magico, ovvero del mezzo alternativo per arrivare in centro, c’è chi passa da Pavia per arrivare in zona Centrale, c’è chi va a Chiavenna per prender l’accellerato che va a Cadorna, tanto ci metta quel che ci metta prima o poi si arriva e nel frattempo si legge un bel libro.
Se tutto questo non funzione credo che sia meglio considerare, laddove possibile, una bella richiesta di trasferimento.
Dice lei:
Acido acida
L'acido lattico si sta espandendo, le gambe mi fanno male anche da ferme, aiuto mi sto ingrippando...
Lo spirito eroico di stamattina sta scemando in un vago senso di panico; consiglio di mia madre stamattina al telefono: perchè non prendi i roller blade per andare al lavoro?
Certo, perchè i lavoro al circo di Holer Togni, mi metto un naso rosso e una giacchetta da frac gialla e giù in mezzo al traffico di Milano...solo mia madre può dare simili consigli.
Dice lei:
La mia congiuntura astrale di queste ultime 72 ore cozza con il settore dei trasporti urbani e suburbani.
A cominciare da venerdì, ero a Torino e lì, a dir il vero, la protesta mi sembrava fiacca, pertanto verso le 16,30 ho fatto la scommessa con me stessa (persa) di arrivare fino a Collegno a caccia dei famigerati saldi. Arrivo abbastanza spedita e mi convinco che filerà tutto liscio, ma ecco il primo segno premonitore si rompe la cerniera della giacca a vento. All’uscita con il mio famigerato sacchetto mi avvio alla fermata e lì benedico tutti i tocchi dalle sei e mezza alle sette e quaranta. Vorrei piangere, cerco di attaccare discorso con due adolescenti che non fanno che limonare, lei ogni tanto poi sputa per terra. Non mi filano affatto, intanto in fitta mi trapana la tempia destra, mi attacco al telefono per cercare di restare sveglia, non voglio addormentarmi e morire assiderata.Arrivo a casa verso le otto e mezza, alla fine ho preso anche un taxi per avvicinarmi, ma comunque sono riuscita a non spendere molto.
Il mattino dopo sono per strada alle otto e mezza, destinazione Ivrea, distanza 50 Km. Alla stazione scopro che ho sbagliato a prendere l’orario e alle nove non c’è il treno. Mi consigliano di prendere l’autostradale. Perché no, penso, è una bella giornata sarà piacevole.
Dopo i primi 15 minuti spediti in autostrada l’autostradale (ma perché lo chiamano così?), prende una stradina di campagna e batte ogni piazza, slargo e cacata di mucca tra Chivasso e Ivrea. Arrivo alle dodici e quarantacinque isterica.
Oggi, lunedì 12 gennaio esco e zac blocco dei mezzi. La prendo con spirito, i milanesi non demordono mai, io non posso essere da meno. Alzata di spalle e si va a piedi. Dall’inizio di viale Monza al Duomo di Milano. Fa freddo ma lo sguardo è fermo e determinato, accanto a me passano tutte le tipologie umane, a fianco il traffico nel caos. In piazzale Loreto sono ancora lucida, ma a Porta Venezia comincio a perdere conoscenza, Come un automa metto un piede davanti all’altro ma ogni piega degli stivali che indosso comincia a farsi sentire, comincio ad annaspare mentre un piccola fitta mi ricorda che ho una milza.
In fondo a corso Palestro dedico una sosta per una colazione bis senza sensi di colpa, mi sento una martire del lavoro e un po’ esaltata devo dire, questa marcia verso il Duomo fa tanto terzo stato! Passando davanti ad una vetrina incrocio lo sguardo con Raz Degan (lo giuro!) e penso che questi sono i veri miracoli di Milano, altro che bici che volano.
In corso Vittorio Emanuele avvicinandosi la meta, scema la convinzione e con la scusa di scaldarmi faccio una deviazione a otto da Zara per buttare un occhio ai saldi.
Trionfante e con un inizio di paresi alle gambe passo il badge alle 10,22.
Applausi e figura di merda con il mio capo, al quale racconto la storia del terzo stato ma mi sbaglio di numero e dico “quinto stato”, lui signore davvero, tace.
Dice lei:
Saldi!
Come vorrei avere il distacco della mia amica Gaia di fronte alla scritta saldi.
Guardare con sprezzo le signore che si accalcavano davanti ai banconi e passare oltre. Ma non ci riesco, insomma non perfettamente. Non sono come Ila che, precisa come un orologio, fa una lista dei suoi desiderata, poi li ordina per prezzo, per percentuale di successo del tentativo di accesso al negozio, per colore, per percentuale di abbinamento con i capi già esistenti. Poi sceglie i primi tre più alti in punteggio e parte.
Io sono cazzona anche in questo, umorale e scriteriata. Parto per l’acquisto del saldo per eccellenza: il capospalla (termine piuttosto odioso da stalliere irlandese per indicare giacche, cappotti, tailleurs) e compro invece dei pantaloni in un improbabile rosa acceso che l’anno prossimo cozzeranno con qualsiasi tentativo di abbinamento e faranno tanto année passée.
Non ce la faccio a fare l’oculata, quella che sceglie la sobria giacca grigia antracite con mano esperta sapendo già che il si accosterà con mezzo armadio presente e futuro, io al momento della scelta ho delle terribili amnesie. Mi chiedo “E questo con cosa lo abbino?”, vuoto pneumatico, al massimo mi vengono in mente dei calzini a righe di tre anni fa. E allora vai, prendiamo anche questa maglietta, poi questa e quello, sì grazie. Poi arrivata a casa, e aperto l’armadio tutto torna, eccolo lì il quinto paio di pantaloni neri di lana con la riga, e la quindicesima maglietta bianca, certo questa ha un scollo ovoloidale …
mi serviva in effetti.
Dice lei:
Cafonate
Premesso che buone maniere sono un canone imposto e quindi non mi suscitano grande simpatia credo invece di poter parlare delle cose che istintivamente mi irritano:
1- le persone che strofinano il pollice, il medio e l’indice per indicare i soldi,
2- Le donne che anche senza conoscerti si rivolgono a te con “cara”, “tesoro” e “stella”, mi sembra che sia una forma di prevaricazione e controllo,
3- le commesse della Upim, della Rinascente e della COIN, praticamente tutte scazzate, stressate non fanno altro che lamentarsi davanti ai clienti trattandoli come scocciatori, il lavoro è lavoro, il cliente non può farci nulla se avete il turno dalle 16 alle 22,
4- Quelli che entrano a testa bassa nella metropolitana come teste d’ariete, e in generale tutti coloro che camminano come robot telecomandati guardando senza vedere,
5- Gli uomini che parlano dandosi di tanto in tanto una scampanellata nelle parti basse,
6- I telefonodipendenti, quelli che passano ogni minuto libero a scrivere messaggi, a leggere messaggi, a controllare se qualcuno ha lasciato messaggi, mia madre compresa,
7- Le ragazze che spiluccano ciucciandosi le dita, la vita non è uno spot del gorgonzola,
8- Quelli che quando alle 14,30 saluti con “Buongiorno” ti rispondono con “Buonasera” ,
9- Quelli che entrano alla posta e anche se ci sono solo due persone cominciano a sbuffare, a sbirciarti per vedere cosa hai in mano e si accasciano rumorosamente sulle sedie,
10- Quelli che negli ambulatori, in sala prelievi escono con il batuffolo impregnato di sangue, il braccino livido, mostrando fieri il loro buco d’ago come una ferita di guerra,
11- Qui colleghi che entrando in ufficio, senza bussare, come prima cosa buttano l’occhio sul tuo schermo
Mi fermo ma potrei continuare ancora per un po’, sarà la tensione del rientro del 7 ad ispirarmi.
Dice lei:
Mannaggia, mancano una manciata di giorni la mia carissima amica Pol prenderà la strada per gli Stati Uniti, il maritino invece, partirà invece tra una manciata di ore ma mi preoccupa meno.
Lei non mi sembra nervosa, incosciente come il Titanic che varca glorioso il grande oceano blu, lei fa la valigia come se dovesse partire per un fine settimana in montagna con il piccolo Hanry Filippo sotto braccio; non si pone neanche una domanda.
Io, invece, scandaglio internet alla caccia di informazioni utili per la sua vita futura da italoamericana. Esempio: il numero del soccorso alpino di San Diego, l’elenco di tutti i supermercati disponibili nell’area, le marche di pannolini equivalenti a quelli italiani. E sì, il problema non è da poco, magari lì i pannolini vengono catalogati per peso invece che per età, chi lo se Filippo pesa più o meno 10 inches? O se è alto 1 foot e mezzo? Aiuto, forse è meglio portasi la scorta di 1 anno dall’Italia e così anche per il latte in polvere, chi sa cosa danno da mangiare alle mucche americane? Stecks and chips? E come si dirà “ciuccio” in inglese? Madonna che ansia.
Passeggiando per le vie di Monza, anzi correndo, perché lei, la mammina, si sta allenando per il pentatlon da quando era al terzo mese di gravidanza cerco di illustrarle, sulla basa della mia esperienza americana pregressa alcune cose.
Come, ad esempio il traffico delle freeway. Là si sorpassa da destra e sinistra e c’è una velocità minima al di sotto della quale ti martellano con il clacson e una massima al disopra della quale ti arrestano. Le uscite sono segnalate una sola volta, quindi se in quel momento non vedi perché ti scappa uno starnuto sei fatto, non c ‘è modo di varcare le nove corsie all’ultimo minuto.
Ma essere italiani lì è un vantaggio, tutti danno per scontato che tu sappia suonare il mandolino e cucinare come una dea, che tua padre dia un mafioso professionista e di rigore devi essere pettoruta e mora. Io, piuttosto piatta, bionda con occhi chiari li lasciavo sconcertati. E non si creda che essendo nel 2004 certi stereotipi siano mutati, esportiamo modelli cucinotta, film sugli anni cupi della Sicilia del 1930, apriamo pizzerie e ristoranti, e quindi…
In ogni caso, almeno sulla costa californiana siamo ben voluti, ci trovano pittoreschi, ci invitano alle cene per presentarci ai loro amici, un europeo servito a tavola fa sempre bella figura. Poco importa che la maggior parte di loro non sappia neanche dove sia l’Italia, una volta una commessa mi ha chiesto titubante: “E’ in Europa, no?”.
Dice lei:
Giornata di inizio anno
Inerzia.
Vivo da stamattina nella più totale e inusuale indecisione. Andare, restare, dormire, partire...auto o treno, pasta o tramezzino, the o caffé, doccia o bagno? Mi immergo nella lettura di un nuovo libro e lo finisco. Adesso è quasi peggio, il distacco dalla realtà è completo. Galleggio nella trama di "Oleandro bianco" e confondo il libro con il film. Bella l'idea delle valigie che segnano i vari momenti della vita, quasi quasi comincio anche io, tanto un'idea che sia una originale non mi viene mai, scopro sempre che l'ha già pensata qualcunaltro. Vediamo quante valigie dovrei fare? Almeno tre direi. Adesso ci penso bene.
Poi mi sono venute alcune domande non domande (perchè nessuno risponderà):
1. perchè trasmettono i telefilm del tenente Colombo del 1970? Mi fanno una tristezza immensa.
2. Come fanno a far dimagrire delle mutandone di lycra a nido d'ape?
3. Come si sgonfia il divano/poltrona/letto/dormouse gonfiabile oggetto di un' altra televendita, si gonfia in un amen ma poi?
4. Perchè a tutti si gelano le mani e a me invece solo il sedere?
5. Perchè tutti se la menano ocn la Formula 1, esiste qualcosa di più palloso di una macchina che gira in un tondo?
Insomma, che giornata assurda.