Prendersi sul serio, mica facile, questo nostro vivere in recupero, la maturita' slitta sempre piu' in là a rimorchio di un miraggio futuribile. (Sergio Caputo - E' già domani - No smoking)
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Dice lei
"Ognuno di noi ha il diritto e la responsabilità di valutare le strade che gli si aprono davanti e quelle che ha già percorso.
Se la strada futura si mostra avversa o per niente promettente, e quelle passate affatto invitanti allora bisogna raccogliere tutto lo spirito di iniziativa che si possiede, portare con se lo stretto necessario e intraprendere un nuovo cammino" ( Maya Angelou).
Dice lei
In piazza della Scala quando non piove ho non fa troppo freddo si manifesta un vero fenomeno sociologico ovvero una “community” reale, una sorta di forum dal vivo. L’età media dei partecipanti oscilla tra i 65 i 72 anni, rigorosamente tutti maschi e aventi come fattor comune l’arterio.Gli intervenuti sostano su un lato della piazza a ridosso delle panche di pietra, un po’ in piedi (i più arzilli), un po’ seduti e litigano tutto il tempo. L’argomento è ovviamente la politica e il governo. Volano insulti come piccioni e parole grosse. Ciò che colpisce il passante è la loro aggressività. Hanno la voce strozzata, il colorito paonazzo, le vene della fronte ingrossata. Sono i superstiti dei vecchietti dei vari bar dello sport, quelli che tiravano sera con il bianchetto e le carte, proporrei di preservali in quanto specie in estinzione. Se interessa osservarli a distanza l’appuntamento è giornaliero.
Dice lei
Mi sa che a furia di cantare "che fretta c'era maledetta primavera" questa se la sta prendendo comoda...
Dice lei
Sento il bisogno impellente di pontificare.
Tutti avvertiti.
Dice lei
Separande e separate
La vita va a cicli, c’è il momento in cui tutte le tue amiche si laureano (e tu no), quello in cui tutte si sposano ( e tu no) e quello in cui tutte si separano (e tu ni).
Adesso vanno forte le separazioni.
Mentre giacciono nelle valigette in pelle intarsiata i servizi fotografici da 500 scatti colore, bianco/nero e seppia ancora intosi, (la metà degli invitati non le ha neanche viste), mentre i vestiti sono ancora appesi nella lavanderia della signora Gina, la frittata è già fatta.
Insomma non va, motivi diversi ma il panico è uguale.
Avendo la sottoscritta una discreta esperienza nell’arte del cavarsela da sola mi sento di dare alcuni consigli (richiesti) alle mie amiche che soffrono di questa nuova condizione.
1) Non abusate dell’alcol. La mia amico Ele non riusciva più a dormire senza un bicchierino la sera, lei che al massimo beveva karcadè, nel periodo triste si è scolata mezza bottiglia del mio mirto di Sardegna e non contenta si era gettata anche sul nocino della mamma.
2) Dormire sole si può. Non vi verrà un infarto mentre dormite, non è detto che tutti i ladri di appartamento e gli stupratori sappiano della vostra nuova condizione, l’appendicite non vi è andata in peritonite fino ad oggi e quindi difficilmente scoppierà adesso, non c’è bisogno che vi alziate sette volte a controllare che il gas sia chiuso, a guardare sotto il letto, dentro gli armati e nei cassetti (non si sa mai…un topo malvagio)!
3) Cucinare per se stesse si può. Dopo aver passato un anno o più a consultare il cucchiaio d’argento anche per l’uovo alla coque adesso siate al latte e corn-flaks da mesi. La colite è all’ordine del giorno e anche il colorito cadaverico. Basta! Fatevi un pasta.
4) Uomini. Sorge l’obbligo morale di collezionarli come le figurine, per rifarsi del tempo perduto, per seguire la regola del chiodo schiaccia chiodo. Con il risultato di incappare in una serie di situazioni ipersquallide che non si ha la forza e l’energia di controllare, gli uomini fiutano il pericolo. Meglio soprassedere, almeno per un po’.
5) I genitori. Bene e male. Bene perché se sono persone carine ti aiutano, ti sostengono moralmente, ti fanno il sugo e te lo lasciano in portineria. Male se sono più disperati di te e se ne arrivano con frasi come “E adesso come farai?” oppure “Dove lo trovi un altro come Mauro?” o ancora “Attenta ai colpi di testa, il tempo passa!”.
6) Le amiche. Bene e male. Un po’ come i genitori. Alle volte ti aiutano, altre volte ti usano senza rendersene conto, parlano al tuo posto, cercano di vivere la tua vita, si impicciano nelle tue telefonate, o , alla peggio, escono con tuo marito allo scopo di “fargli un bel discorsetto”.
A parte gli scherzi, tenere duro è il consiglio migliore e fare conto soprattutto su se stesse, non cercare facili scorciatoie, aver fiducia nel tempo che passa e capire che ad essere tristi non c’è niente di male.
Dice lei:

Aih, oihi....sempre lui, bello e spietato!
Dice lei
Sfumate...
Sfumate anche queste, le aspetto, lascio persino il numero di telefono (dell'ufficio) alla commessa, lei oggi mi chiama, corro all'una e un quarto con il cuore in gola e...orrore, strette da far paura e con un curioso effetto Dumbo, ovvero sui lati le scarpe si allargano come orecchie dando l'impressione che il mio piede sia rotondo anziche allungato.
E così, le scarpette con il tacco rosa cipria "effetto primavera assicurato" tanto attese restano in vetrina e io esco dal negozio in una pausa pranzo di mezza stagione.
Dice lei:
Esce domani! Congratulazioni!

Dice lei
Torinesi con la valigia
Ultimo arrivato: Piero Chiambretti che trasmette da una cabina telefonica di piazza Cordusio.
Lo vedo tornando da lavoro quasi ogni sera, la' dentro che parla da solo, e ogni volta scuoto la testa, comprensiva.
Dice lei:
Chi ha lasciato la fotocopiatrice impostata per 15 copie rilegate e pinzate?
E sopratutto cosa me faccio ora di 15 copie pinzate del mio CUD 2004?
Merdez!
Dice lei:
"Custumize" un corno
Bene, qualche settimana fa la mia collega Ila, sempre piena di iniziativa e di buon umore, mi passa l'invito ad una "fantastica manifestazione" organizzata dall'istituto europeo della moda di Milano (per brevità, ied) per un evento imperdibile. Tu porti un tuo vecchio capo di abbigliamento e loro, gli studenti, te lo "custumizzano", ovvero lo personalizzano ad estro. La mia mente vola, già mi vedo con una giacca assolutamente unica, un po' pop, magari da inquadrare e appendere come un quadro, sto quasi per compraare una cornice all'IKEA, insomma, ci penso (5 mn) e decido di devolvere alla causa una giacca nera che non mi piace più tanto (per la cronaca di Max e Co). Parto e vado. Consegno fiduciosa la merce ad una ragazza con la testa rasta, sto per farle una raccomandazione, mi trema un po' la mano, ma poi dico, no, abbi fiducia.
Ieri passo a ritirare l'opera.
Allora, la mente creativa ha segato via mezza manica destra e ci ha attaccato un pezzo di una manica di una Tshirt di cotone spruzzandola di vernice rosa. Sul davanti è stato applicato, malamente, un finto taschino slabbrato, anche quello un ritaglio di qualche maglietta rotta. Sulla schiena mi hanno cucito una toppa irregolare bianca e rosa con sopra un bel timbro "custumizing by ied". Per finire, quel disgraziato/a con un pennello intinto in una vernice rosa dura e collosa ha percoro i bordi dei revers e delle cuciture e adesso la giacca sta in piedi da sola.
Ora, ma cosa hanno in testa questi futuri stilisti? Si è mai visto un Cavalli o un Ford o un che ne so io che spennella di vernice e colla una giacca? Razza di balengo deficente, per cosa hai in quella testa?Conti di fare lo stilista da Moira Orfei e Holer Togni? Insommma ho posto una fiducia eccessiva nelle new generations, sono una babba e la giacca ora è al suo posto, nel secchio dell'immondizia.
Dice lei:
Perche no?
Dice lei:

Vita da ufficio:
Ochette e paperelle.
Dice lei:
Sabato mattina ha il sapore del cioccolato, l’odore si sparge nell’aria e la gente si accalca nei banchetti della degustazioni. Io mi fiondo nello stand “Antica Barbagia”, dove di cioccolato in realtà non ce n’è molto ma c’è il torrone al miele. La signora mi dice che fa bene alle vie respiratorie, massì sarà vero. Morbido, morbidissimo, quasi una pasta pieno di nocciole tostate e racchiuso in due cialde di wafer, una delizia. Mi ricorda una lontanissima estate sarda, con la moto, un sole che bruciava già alle 8 della mattina e un senso di disagio continuo. Però il torrone era buono e così le marmellate che sapevano di albicocche maturate al sole e le crostate soffici della padrona di casa. Parliamo di un’altra vita, praticamente. Mi madre si stacca continuamente dal terzetto per correre a toccare qualcosa, sta puntando le bacche del cacao e alla fine, come prevedibile, riesce a infilarsene due in tasca. Poi sorride, soddisfatta del curioso bottino. Mio padre ha stampato in faccio “una voglia di divano”, cammina lentamente, guarda distratto, ascolta appena. Compro anche un’assaggio dei cioccolatini di Pejrano che alla fine si riveleranno una delusione, come spesso lo sono i miti. Pranzo sola, in un caffè di stucchi dorati, servita da camerieri imbranati, con musica classica di sottofondo, sentendomi ricca, in quel momento. La via del ritorno è piena dei soliti contrattempi, di inutili vai e vieni, una danza inconsistente che mi porta alla fine a guidare per un paio d’ore tra lavori stradali e cambi di corsia verso Milano, lo spirito che guida il corpo e la macchina.
Un po’ troppo forse.
Dice lei:
Compleanno di papà.
A parte questa unica nota positiva una corrente negativa attraversa questa giornata.
Dice lei:
Qualcuno gli ha detto che in Europa è primavera e loro girano in queste mattine gelide con giacchine leggere, si fotografano a vicenda nella tetra pizza della Scala con le gru gialle sullo sfondo, sono gli unici al mondo a vestirsi esattamente come ne servizi di moda pubblicati sulle riviste, senza criterio né discernimento, sorridono molto. Sono i giapponesi.
Dice lei:
La mia casa, una crepa corre lungo il muro, un ragno abita sulle piestrelle dietro la lavatrice, ha zampe lunghissime e sottili, non lo tocco, lo rispetto, lui è il padrone della mia casa abbandonata a se stessa.
La mia auto è nel parcheggio, da lontano sembra una caracassa, è una caracassa, con un dito seguo le ammaccature della carrozzeria e penso a quanto strada facciamo insieme da anni e a quanto cominciamo a somigliarci noi due. La nostra manutentenzione è molto costosa. Sorrido al mio dentista, ha dei begli occhiali nuovi, blu sparato, i miei sarebbero da cambiare, tra le altre cose. Mi propone nuovi interventi e installazioni. Peccato mi sia così simpatico, altrimenti potrei urlargli contro e liberare un po' di questo grumo che sento alla bocca dello stomaco. Torno in treno disgustata dalla vita. Mi aspetta una mattina di ghiaccio e pioggia.
Dice lei:
C'è bisogno di una prova per conoscersi; nessuno sa quel che può non sperimentandosi.
(Seneca, De Providentia)
Dice lui
Ritorna lui
Tornato qui, dopo una lunga assenza. Mesi di silenzio “on line” mentre il mio corpo nel mondo reale viveva.
Qualcuno ha chiesto di me: stento a crederci, due o tre sconosciuti si interessano al fatto che non scrivo.
E’ a loro che rispondo, ed ecco, vedete: scrivo.
Ragioniamo: il blog è intestato a un “lui” e a una “lei”; ciò nondimeno è redatto prevalentemente da lei.
Gli interventi sono datati: lei scrive (più volte al giorno) di moda, ricette, vita quotidiana, lavoro d’ufficio; lui è più incostante, infrequente, latitante. Quando scrive di solito si dissocia da qualcosa Halloween, l’Isola dei famosi, Vanity Fair. Insomma si dissocia da “lei”? A furia di dissociarsi finisce col non scrivere più.
Lei continua, furiosamente, tenacemente, a parlare di ricette del pane fatto in casa, di scarpe e viaggi in treno, la madre, l’infanzia. Lui tace afasico. Il Natale passa, con i ninnoli nella penombra. A Capodanno la maionese e le tartine volano nella spazzatura.
Lei scrive, spesso, spesso: guardate gli orari. Orari di ufficio!
Lui l’ufficio non ce l’ ha? Che lavoro fa? Perché non scrive? Che diavolo gli hanno fatto “Halloween” e l”Isola dei famosi”? . I giorni passano invisibili. Gennaio è una lunga luce grigia, piante d’appartamento, ceri che bruciano. Nelle fotografie i bambini non ridono più.
Sono stato in un mondo preciso e solitario, su una frontiera costruita pezzo a pezzo. Non giungono voci laggiù, e il tempo non esiste e tutto si paga vivendo. Ho visto cantieri e ferrovie, dure stelle dell’alba, e un triste ragazzo mucca senza mani, con le corna rotte, in un sogno di una settimana fa.
Ci sono cose su cui non ho niente da dire, e sono tante.
Dice lei:
Via Montenapoleone
Scendere alla fermata di San Babila mi costa un quindici minuti in più di strada ma ci sono giornate in cui ne vale la pena. Come questa. L’aria è un pochino più tiepida di ieri il cielo è quasi azzurro. Alla stazione della metro c’è una scala mobile che con un effetto sky-lift ti porta su proprio davanti a via Montenapoleone, la corrente d’aria crea un effetto alta quota e una volta arrivata in cima mi viene da pensare di non essere a 15 minuti dalla scrivania ma in una città sconosciuta in cui mi muovo da turista. Perché questa è via Montenapoleone, un alieno nella città. Chiusa nel cuore del centro eppure libera da qualsiasi riferimento che segni l’appartenenza a Milano, potrebbe essere a Parigi, A New York, a Tokyo, ovunque.
Ogni portone ha una decina di targhe di ottone lucidate a specchio su cui sono incisi tutti i marchi e le griffe del mondo. Tutto il dietro le quinte della moda lavora in questo centinaio di metri. Ma a parte le targhe, di questo mondo non ce n’è traccia. Alle otto e mezza del mattino, le vetrine sono immobili, le luci basse, si muovono nello sfondo dei negozi silenziosi filippini che meticolosi passano stracci sui banconi di vetro e sulle maniglie. Altre presenza umane non ce ne sono. E’ una via senza caffetterie, senza ristoranti, a parte una pasticceria storica, a sua volta atelier di beni commestibili. Nelle vetrine sono appoggiati gli oggetti del desiderio, i simboli di questi anni, oggetti per il cui possesso si spendono migliaia di euro, in funzione dei quali alcuni si arricchiscono, altri si rovinano. Guardare queste vetrine mi rilassa, o mi deprime a seconda dello spirito della giornata. Le vetrine sono sempre sgombre, non c’è la ressa di corso Vittorio Emanuele, tutto è in un certo modo, austero e rigoroso. E’ come sfogliare una rivista gigante. Ogni tanto passa con passo milanese (quindi frettoloso) qualche passante, con il suo bravo sacchetto a mano, una nota stonata.
Dice lei:
Mi porto avanti, lunedì sarà 8 marzo, una giornata tutta all’insegna dell’omaggio floreale, delle riverenze dei colleghi e delle uscite in massa.
Oppure delle smorfie e dello snobismo, si sentono frasi come "che festa del cazzo, non la sopporto" e roba del genere.
A me tutto questo mette addosso, oltre ad una certa irritazione una grande tristezza.
Mia madre nel ‘70 faceva parte del movimento femminista, parlava a Radio Donna, era membro dell’UDI.
Mi ricordo ancora molto bene quella notte a Firenze, la notte in cui fu vinto il referendum sull’aborto e dalla sala del ristorante si udivano le urla dei cortei.
Sarei voluta andare anche io insieme alla mamma e alle sue amiche ma alla fine decisero che non era sicuro e restammo li’ ad ascoltare gli echi.
Certe cose fanno parte di me, più di quanto forse facciano parte di mia madre, che ormai ha dimenticato.
Quindi tutto questo fior di mimose, regalate dagli uomini, quasi fosse un 14 febbraio bis non lo capisco e non lo condivido, non voglio auguri, non voglio fiori.
Lo trovo decadente e ignorante. Ecco quello che successe quella notte.
Le origini della festa dell'8 Marzo risalgono al 1908, quando, pochi giorni prima di questa data, a New York, le operaie dell'industria tessile Cotton scioperarono per protestare contro le terribili condizioni in cui erano costrette a lavorare. Lo sciopero si protrasse per alcuni giorni, finché l'8 marzo il proprietario Mr. Johnson, bloccò tutte le porte della fabbrica per impedire alle operaie di uscire. Allo stabilimento venne appiccando il fuoco e le 129 operaie prigioniere all'interno morirono arse dalle fiamme. Successivamente questa data venne proposta come giornata di lotta internazionale, a favore delle donne, da Rosa Luxemburg, proprio in ricordo della tragedia.
IL l’8 marzo ricorderò a me stessa tutto questo, e ciò che rappresenta, non c’è niente da festeggiare, è una giornata per pensare.
Dice lei:

Travolta dalla tristezza mi sono comprata questa borsa.
Dice lei:
Mentre Bologna giace sotto una coltre di neve, io sono sotto l'implacabile cielo azzurro di Milano.
Anche all'azzurro ci si abitua, così come ai cieli grigi e piovosi. Essi diventano lo sfondo immobile delle nostre giornate uguali.
Salvo sprazzi di pura vita come quello di sabato, dove ci si trova, dopo solo un paio d'ore di treno, in una città sconosciuta con le scarpe e le calze inzuppate da una nevicata senza precedenti, a quelle latitudini almeno.
Dopo un pomeriggio tra vino, cenci e dolcetti del carnevale appena concluso, parlando e mangiando, mangiando e parlando. Verso sera si apre un'altra giornata. Sono in in treno. Bloccata per un ora, due, tre e alla fine non ha più importanza le lancette scorrono e non vi bado più. Il tempo si è dilatato e mi ha avvolto nella sua relatività. Rido, con degli sconosciuti, ci si racconta. Mi accorgo che mi sto divertendo. E così anche in quella coda ai taxi a Milano, la più lunga che la storia ricordi, nella notte fredda, con i barboni che ci guardano perplessi dai lori giacigli, siamo l'intrattenimento della loro notte. Le prime ore del mattino portano amare considerazioni che aprono un'altra giornata, questa volta molto triste.
Dice lei:
Queste sì che sono diatribe giornalistiche coinvolgenti!
Dice lei:
Sabato 28 febbraio: Lezione di link.