Prendersi sul serio, mica facile, questo nostro vivere in recupero, la maturita' slitta sempre piu' in là a rimorchio di un miraggio futuribile. (Sergio Caputo - E' già domani - No smoking)
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Dice lei
Quando si dice: "ma stai a casa!"
E invece ci si impegna per non essere pigri, ci si sforza, ci si veste e si esce.
Il film era bello.
Sarà il mio motto di oggi.
Le chiavi di casa sono rimaste da qualche parte, forse nascoste in un angolo o in un tombino ferme lì nel buio.
Il resto della notte è stato un convulso cercare poi la resa, il sonno agitato nel letto di un'amica, un pigiama imprestato e un caffè preso all'alba in una cucina.
Dice lei
La mia giornata
Iniziare con un’arrabbiatura, farsela passare, farsi passare il malditesta sopravvenuto, considerare tra sé e sé che i favori si chiedono ma non si possono pretendere, ricordarsi che il detto chi fa da sé fa per tre è il migliore tra tutti, mangiare tramezzini in pausa pranzo, farsi fare la french manicure*, pasticciare con il proprio curriculum vitae cercando di complicarsi, ancora una volta, la vita, lavorare a sbalzi e mozziconi, cioè male, uscire alle cinque e mezza, inspirare, espirare aria.
*essendo questa, una giornata cominciata male ho ovviamente sbagliato l'orario dell'appuntamento.
Dice lei
Colpi al cuore
Alle volte basta un immagine, un contesto, un solco tra due muscoli che si tendono, una piccola cicatrice appena visibile.
Dice lei
Martedì mattina, telefonata con Ila:
Lei: "Ho portato la macchina alla revisione, 180 Euro mi ha preso quello lì"
Segue mio lamento di comprensione e condivisione sofferenza.
Lei prosegue: "Mi ha preso 40 Euro per cambiare la spazzola del tergicristallo posteriore. Ma chi gliel’ha chiesto dico. Mai usata in vita mia. Io vado avanti mica indietro! Con i 40 Euro mi ci usciva la camicettina di voile di Zara!"
Poi aggiunge: "Mi ha chiesto se volevo la vetrofania del bollino blu. Gli ho chiesto quanto costava. 12 Euro? Ma allora me la dia con la spilletta che almeno me l’appunto sulla giacca!"
Dice lei
Se fossi ancora a Milano una giornata come questa sarebbe stata deprimente, un cielo dei toni del beige, una pioggerellina sottile, il traffico nervoso. E invece no. Mi metto l’impermeabile, il cappello (così risparmio l’ombrello) e esco. Cammino attraverso le piazze lucide e vuote buttando un occhio frettoloso alle vetrine che cominciano ad illuminarsi mentre, all’interno, le commesse si passano il rossetto guardandosi nei minuscoli specchietti da borsetta. Scopro che la città sotto la pioggia mi piace, diventa elegante, austera.
Dice lei
Vado da Zara, di corsa, solo dieci minuti. Arraffo una maglietta di seta blu stanco, una camicetta verde muffa, una t-shirt con maniche svolazzose e scollo a V e un'altra marrone composta di canottierina a fiori con coprispalle di voile. Mi chiudo in camerino per provare tutto. Nell’ordine sono: 1. minuscola, mi si blocca all’altezza dell’avambraccio (quest’ultimo vorrei precisarlo delle dimensioni inferiori a una coscia di prosciutto di Parma) 2. stesso problema, ho le braccia stritolate modello “suino insaccato” 3. troppo lunga, con scollatura modello “solo oggi svendiamo tutto” 4. troppo corta, sembro una bebè cresciuta di un botto.
Esco scornata e mani vuote.
E’ lunedì.
Dice lei
Sono seduta alla mia scrivania, fuori nell’aria calda e malsana scende una pioggerella sottile, quasi tropicale. L’ufficio è caldissimo, tropicale anch’esso. Apro le finestre, boccheggiante, ma i ponteggi coprono qualunque cosa. Dopo qualche minuto dallo spiraglio entra un impossibile odore di detersivo industriale che mi prende alla bocca dello stomaco e il ronzio monotono di un trapano da dentista. Richiudo la finestra.
Lunedì mattina.
Dice lei
Tocco, ritocco e maglie cinesi
Ieri ho fatto un breve giro in un mercato poco lontano dove anni fa bazzicavo per comprare maglie con un buon rapporto qualità/prezzo. Ho rilevato, sconcertata, che si è diffusa tra i sig.ri commercianti la nuova usanza di screditare la merce del banco vicino e insultare il potenziale cliente che non si affretti ad acquistare o che si permetta di vagliare con attenzione il potenziale acquisto. Tutto ciò avviene con l’esposizione di cartelli recanti la seguente affermazione “qui maglie vere, non cinesi”, e per i duri di comprendonio lo stesso slogan viene ribadito a voce: “Signora, è inutile che rimesta le maglie, facendo il tocco e il ritocco, se vuole quelle cinesi vada più avanti”.
Ovviamente sono fuggita da tale covo di vipere, per quello basta e avanza l’ufficio.
Dice lei
Sviluppare dipendenze
...dalla Nail Bar di Sephora, dove ho fatto una french manicure da sogno, con tanto di brillantino. Son soddisfazioni.
Dice lei
...il bello è che, alle volte, il tra me e me, incosapevolmente, fuoriesce dalla mia bocca e così trovo fuori dalla porta del bagno una collega che mi guarda stupefatta perchè cantavo "Maria".
Dice lei
Sono giornate faticose, a partire da quando suonano, in sequenza, le tre sveglie con intervalli di cinque minuti l’una dall’altra, a quando allungo il braccio per spegnere la piccola abat jour con il cappellino di rose (ancora appoggiata su uno scatolone).
Non succede nulla, né dentro e né fuori, a parte un incessante cantare, tra me e me, ritornelli di canzoni da musical.
L’ultima.
Dice lei
Interessante e agghiacciante. Leggere.
Dice lei
Give me somebody to dance with.
Give me a place to fit in.
Help me return to the world of the living
By showing me how to begin.
(Tne music and the mirror- Chorus line Lyric)
Dice lei
Ci sono giornate, come quella in corso, caratterizzate dal tocco di Mida au contraire, ovvero se ti danno una cosa da fare, è sicuramente un casino, se suona il telefono è un rompiballe, se hai un programma per il we va a monte, se provi a farti una piega viene male, se ripieghi sul parrucchiere pioverà, se ti fanno un complimento lo intendi per una presa per il culo e se ti insultano pensi che, ovviamente, abbiano ragione loro...
Dice lei
modi di dire
Il gorgonzola a Torino è "la gorgo", a Milano è "lo zola".
(notato oggi, in pausa, in pizzeria)
Dice lei
Davanti al nuovo ufficio c’è un posto un po’ speciale. E’ una cartoleria, una di quelle dove trovi tutto ma proprio tutto. Ma non è speciale per quello. E’speciale perché esiste da che io ho memoria e poco fa ci sono rientrata. Il negozio si è sempre distinto per lo stile, pavimento di marmo lucidi e banconi con il ripiano di vetro, non quindi alla buona come la maggio parte delle cartolerie che hanno gli zaini e i pupazzetti appesi ovunque. Ci andavo insieme a mia mamma, che si forniva periodicamente di cancelleria e altre cose per i suoi allievi. Il proprietario è sempre lo stesso, non sembra quasi invecchiato e porta ancora quelle incredibili bretelle. Ogni volta accoglieva mia mamma con grandi cerimonie, in effetti forse un po’ troppe, io non ci badavo e giravo dappertutto respirando a fondo quell’odore di carta nuova e sfiorando con mano leggera le file di pennarelli ordinate per gradazione di colore, quasi sempre, alla fine, usciva qualche cosa anche per me. Un quaderno o delle matite. Faceva parte del "giro" anche la sosta nella cremeria poco distante, ora completamente stravolta nell’aspetto, a mangiare il gelato "gianduiotto", un delizioso parallelepipedo di cioccolata gianduia con due sbuffi di panna e una pallina di crema al centro, sopra, una copertura di caramello e nocciole sbriciolate. Mi da’ gioia solo a ripensarci.
Dice lei
Torno a Roma dopo un migliaio d’anni. E’ cambiato tutto o forse è tutto uguale ma sono cambiata io. Non so. Fa caldo, un’afa opprimente e un’innegabile aria di festa, o forse sono io, in festa. Ceniamo macrobiotico e parliamo parliamo. Pontifico, come al solito, ma adesso sono nella città giusta. Sabato sera ci vestiamo come la Pina e le sue amiche, con la musica di sottofondo e i turni in bagno per phonarci i capelli, ci guardiamo decine di volte allo specchio con occhio critico, ma siamo generose l'una verso l’altra. Alla fine usciamo e prendiamo il bus. La limousine sarebbe stata meglio ma erano tutte prenotate. La festa è sfarzosa, le donne bellissime, gli uomini viziati. Il rientro è la mezzanotte di Cerentola, non si trova un taxi da nessuna parte. Camminiamo alle due e mezza di notte, con passo veloce, attraverso la città che non dorme. Io mi guardo intorno con l’aria da gatto spaventato, Daniela, altera, non vede nessuno. Attraversando Via della Concilazione butto un occhio su piazza San Pietro, immobile, “la casa del Principe” dice Daniela. La domenica è uggiosa, lungo Tevere mi ricorda Parigi, anche se molto più svagata e mossa.
Dice lei
Qualche anno fa lessi qualcosa sul viaggio, sul fatto che l’uomo contemporaneo “viziato” dalla velocità dei mezzi di trasporto non riesca più a vivere qual lasso spaziotemporale che si trova tra la stazione di partenza e quella di arrivo. Che è pur vita degna di essere vissuta con il cervello attaccato. Venerdì, dopo la “classica mattina da dimenticare” che precede un pomeriggio di ferie, ho preso il treno verso Roma. A metà viaggio mi sono ricordata di quel viaggio, o meglio di quei viaggi fatti molti anni fa, sulla stessa tratta più volte al mese verso Siena. Dopo Genova il treno passa lungo le Cinque Terre, in alcuni tratti a bordo mare, per sfociare alla fine nella pianura che circonda Massa Carrara, poi arriva Pisa dove, qualche anno fa, scendevo sorridendo. Adesso proseguo, e le colline azzurre della Toscana scorrono aldilà del vetro. Sarebbe bello scendere e cambiare tutti i programmi, una piccola rivoluzione di cui pochi si accorgerebbero. Dilatarlo questo viaggio e farlo diventare una vita. Invece resto, e mi immergo nella lettura di un libro che mi terrà sveglia per tutte le sette ore necessarie.
Dice lei
Datemi un mantra!
Ho gia tutto non mi serve niente ho già tutto non mi serve niente ho già tutto non mi serve niente ho già tutto non mi serve niente ho già tutto non mi serve niente ho già tutto non mi serve niente ho già tutto non mi serve niente ho già tutto non mi serve niente ho già tutto non mi serve niente....
Dice lei
Una grande folla, facce sorridenti, nomi che si rincorrono nell'aria, braccia che si alzano indicando qualcosa, facendo cenni, l'atmosfera è quella di una bella festa e invece è solo il primo giorno di apertura di ZARA a Torino.
Ci vuol poco a far felici le donne, io l'ho sempre detto...
Dice lei
La danza del cigno: the day after
E’ ufficiale, è storico, ieri ho versato (piangendo) la rata di iscrizione alla scuola di danza.
Ebbene sì, con la grazia di un lottatore di sumo e l’elasticità di un ciocco di pino ho ripreso dopo ben…diciamo dieci anni, a danzare. Nel frattempo di acqua sotto i ponti ne è passata, al punto che ho scoperto che l’insegnante è nientemeno che la nipote di uno dei miei mitici “maitre de dance” (si usa così). Non la sorella dico, la nipote. Quindi vuol dire che di anni ne sono passati veramente tanti.
La mattina dopo la prima lezione ho dovuto usare il salvalavita beghelli per chiamare qualcuno che mi mettesse dritta e non sono più riuscita a stendere le gambe per tre giorni muovendomi come una proscimmia.
Ieri sera poi, ero talmente sudata per lo sforzo, che ho lasciato sul parquet l’alone come la sindone. Insomma una fatica boia. Una volta tornata a casa ho mangiato come un bue perché si sa, la creatura (cioè io) si deve rimettere dopo lo sforzo inaudito. Così alle due di notte ero sveglia sia per i dolori muscolari che per il mal di stomaco. E poi dicono che muoversi fa bene!
Dice lei Film e terapie Qualche tempo fa alla libreria del museo del cinema ho adocchiato un libro dal titolo “filmterapia,”, una cosa del genere. Ci pensavo ieri sera, mentre scorrevo la mia piccola collezione privata di film. Credo che in quel libro ci sia qualcosa di vero. Infatti senza accorgermene ormai da anni conduco un’autoanalisi privata che va dal consolatorio all’analitico, attraverso “i miei film” (tali li considero posto che, avendoli visti almeno 50 volte caduno, ritengo di averne usucapito almeno i diritti emotivi). Il miglioramento dell’umore è garantito, anche se cantando il patriottico “Edelwaiss” mi scende sempre una lacrima. In questi casi mi ci vuole un film con happy end garantito, senza troppi ostacoli e travagli, ci sono poi un paio di scene veramente divertenti (vedi il lancio della lumachina al ristorante e la scena in cui Gere le mostra il collier di diamanti prima di partire, in aereo, per una fantastica serata all’opera). Non guasta sul finale del film un briciolo di saggezza: Gere in cima ad una scala anticincendio con un mazzo di fiori in mano chiede a Julia “Cosa succede quando il principe sale sulla torre e salva la principessa?”, risposta di lei: “Che lei salva lui”. Buon umore, spirito allegro e possibilista mi guardo “Harry ti presento Sally”, uno dei miei preferiti, l’ho visto in tre lingue dieverse per vedere se le battute cambiavano, romantico ma non sdolcinato, la dimostrazione che tra un uomo e una donna l’amicizia non è mai del tutto disinteressata perché prima o poi uno dei due ci proverà. Il punto saliente è quando Sally, all’inizio distaccata e razionale, crolla miseramente allorquando scopre che il suo ex, che lei credeva allergico al matrimonio, era in realtà allergico all’idea del matrimonio con lei, lì parte l’identificazione e l’esame di coscienza… L’elenco poi sarebbe ancora lungo, cito brevemente "Cantando sotto la pioggia" (stato d'animo euforico), “Colazione da Tiffany” (per curare la voglia di acquisti), “Dirty Dancing (nostalgia adolescenza perduta), “Il matrimonio del mio migliore amico” (se si è in quello stato d’animo in cui bisogna accettare che una storia non sarà mai un grande amore).
Faccio qualche esempio.
Se sono di stato d’animo malinconico e/o demotivato metto “Tutti insieme appassionatamente” e canto con Julie Andrews “le cose che piacciono a me”.
Se sono di stato d’animo decisamente depresso e/o piagnoso vado con “Pretty woman”.
Sogni d’oro assicurati.
Se sono di umor vago, indefinito, con voglia di partire ma frustrazione per non poterlo fare (mancano i soldi/i giorni di ferie/compagni di viaggio/problemi di famiglia e/o lavoro), mi guardo “La mia Africa”.
Questo film mi piace così tanto che in Africa non ci sono ancora stata per la paura di rimanere delusa.
Voglio dire, vorrei arrivare anche io in Kenya a bordo di uno sbuffante treno a vapore, tutta vestita di bianco e trovare alla stazione il mio amico kikuiu con un levriero al guinzaglio che mi dica “Bentornata Mzabo”!
In più c’è anche una bella storia d’amore saponetta (non nel senso di soap, nel senso di sfuggente e imprendibile, come una saponetta, appunto), quindi coinvolgimento emotivo assicurato.
Dice lei
Separate alla nascita...
L'ho sempre pensato che io e la Luciana viaggiamo sulla stessa lunghezza, e infatti rileggete questo, e poi quello sotto. Oh, siamo uguali!
Lavorare stanca....(di Luciana Litizzetto - Il pensierodebole)
Se poi, a peggiorare la musica, ci si mettono anche le colleghe è la fine. Piuttosto che varcare la soglia del tuo ufficio preferiresti di gran lunga spalare il letame anche tu nella Fattoria, gomito a gomito con Daniel Ducruet. Tutto pur di non rivedere ancora quel brutto muso della tua collega di scrivania. Quella che definire stronza è farle un complimento. Lei ci ha proprio tracce di cacca nel DNA. Così dedita al lavoro, così solerte. Una apessa sempre pronta a conficcarti il suo pungiglione nelle carni. La perfida Alexis di Dynasty. Coriacea. Mai un coccolone, mai un'influenza, mai una diarrea come si deve. Ercolina sempre in piedi. E' persino tornata a lavorare ancora con le croste della varicella impestando tutto l'ufficio. Lei e la sua mania delle piante. Con gli anni ha messo su un piccolo dipartimento forestale. Una giungla pluviale di begonie, ficus, felci, e potus che d'estate fanno salire l'umidità dell'ottanta per cento. Il tuo è l'unico ufficio in Torino dove ci nidificano le zanzare tigre. Molto meglio LA BELA TULERA. La collega sempre perfetta. Quella che prima di uscire di casa fa il bagno nell'Opium. Per venire in ufficio si veste come se dovesse andare a ricevere dalle mani di Pippo Baudo il David di Donatello. Tutta despansè.
Tubino nero delle dimensioni di un cerotto, tacco a spina di cactus, trucco leggero da Dragqueen, giacchetta strizzatette, messa in pieghissima. Mai un cedimento. E tu non ce la fai a starle dietro.
Perché a te i capelli si sporcano, come a tutti gli esseri umani. Dopo un giorno sembra che ti abbiano gettato sulla testa una secchiata di lumache, la pelle ti si ingrigisce come quella del merluzzo, i tacchi ti fanno gonfiare i piedi, il tubino ha l'orlo scucito da mesi e non hai mai tempo di rimetterlo a posto. Così arrivi in ufficio con i jeans slandronati, il maglione prugna che fa i pallini, e la coda di cavallo moscia. Però la giacca ce l'hai anche tu e si distingue dalle altre. Sulla tua ha vomitato tuo figlio mentre lo portavi all'asilo. Ultima tipologia di collega è la MALATA IMMAGINARIA. Quella che ne ha sempre una. Se non ha mal di gola, ha mal di schiena. Se non ha mal di schiena ha mal di testa. Se non ha
Mal di testa ha mal d'orecchie. Insomma. Una giaculatoria perenne di lamenti.
Un catorcio piagato per otto ore consecutive. Solo per non sentire ancora le sue grida di dolore ti lasci commuovere e fai anche la sua razione di lavoro. Poi scattano le cinque e papam. Un grillo. Una locusta. Devi vedere come salta via dalla scrivania. Sdeng. Sembra la palla pazza che strumpallazza. Risorge Lazzaro. Il miracolo della cartolina bollata. Un consiglio? Non fatevi impietosire. Sei in fin di vita, collega mia? Ok, ti faccio dire una messa.