Prendersi sul serio, mica facile, questo nostro vivere in recupero, la maturita' slitta sempre piu' in là a rimorchio di un miraggio futuribile. (Sergio Caputo - E' già domani - No smoking)
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Dice lei
Oggi
A winter’s day
In a deep and dark December;
I am alone,
Gazing from my window to the streets below
On a freshly fallen silent shroud of snow.
I am a rock,
I am an island.
I’ve built walls,
A fortress deep and mighty,
That none may penetrate.
I have no need of friendship; friendship causes pain.
It’s laughter and it’s loving I disdain.
I am a rock,
I am an island.
Don’t talk of love,
But I’ve heard the words before;
It’s sleeping in my memory.
I won’t disturb the slumber of feelings that have died.
If I never loved I never would have cried.
I am a rock,
I am an island.
I have my books
And my poetry to protect me;
I am shielded in my armor,
Hiding in my room, safe within my womb.
I touch no one and no one touches me.
I am a rock,
I am an island.
And a rock feels no pain;
And an island never cries.
(I'm a Rock - Simon & Garfunkel)
Dice lei
L'occhio del grande fratello
da stamattina, due operai stanno attaccati ai vetri del mio ufficio. Non è amore a prima vista, stanno ridipingendo gli infissi esterni.
Comunque l'effetto big brother è inquietante anche perchè dopo qualche ora non ci si fa più caso, il cervello registra la situazione e passa oltre e quindi capita di aggiustarsi il reggiseno, tirarsi su le calze, togliersi le briciole da dentro la camicia...mi sento un mostro!
Dice lei
Terremotato look
Posto che nelle grandi città conseguenza serie non ce ne sono state, posto che tutti possiedono maglioni, cappotti, piumini, cappelli e sciarpe...perchè scendere in strada con una coperta di Somma sulle spalle?
Dice lei
Bastarda dentro
Mentre il corriere on line e alcuni post riportano la notizia di groviglio di persone inferocite a causa di un guasto alla linea verde del metrò a 132 Km circa da qui io non posso celare un guizzo di gioia ripensando alla mia passeggiata mattiniera verso l’ufficio, attraversando piazze sgombre appena velate dal gelo del mattino.
Eh beh, come direbbero le pulcine gialle , “son cose”.
Dice lei

Sono seduta al tavolo della cucina, accartocciata e stordita davanti a un caffè in una tazza di vetro decorato. Una parte di me è rimasta sdraiata con gli occhi chiusi mentre l’altra sale sul trapezio e comincia a dondolare sopra le montagne azzurre oltre le file di tetti. I cristalli appesi sui vetri mi rimandano una luce azzurra, come ghiaccioli. Dondolo a testa in giù, avanti e indietro, con il vento gelido in faccia senza pensare di fare altro.
Consapevole del rischio dell’altezza e della fragilità delle corde che mi sostengono.
Dice lei
Arrivo a Milano con un sole accecante, il treno entrando in stazione passa attraverso il quartiere dove ho vissuto per due anni, l’impatto non è gradevole. La stazione è affollata come sempre e mi trovo in pochi secondi a riadottare la “camminata milanese” occhio all’orizzonte, velocità e nessuna incertezza. Mi infilo nella metropolitana schivando con perizia gli ingorghi e le file, il mio cervello guida senza che io gli debba suggerire nulla. Sbuco in san babila e mi inabisso da H&M. Riemergo con degli strani acquisti (dei pantaloni neri molto glamour, una giacca allacciata con fiocco a pallini neri e una maglia verde bosco) in compagnia di Ila e Silvia. Buco l’appuntamento con lisagialla per colpa della messaggistica TIM e verso sera sono sul treno verso casa. Abbastanza felice, l’ansia da impatto si è dissolta, scaldata da vestiti, sorrisi, abbracci e promesse di rivedersi entro Natale. Vorrei poter promettere a me stessa che mai più sarà la città dove vivrò, ma non posso farlo. Mentre cammino per via Garibaldi, deserta alle otto si sera, penso che non ci si può afferrare a nulla che sia veramente saldo, non esistono pilastri ma solo trapezi da acrobata e fili tesi nel vuoto sui quali cercare di restare in equilibrio.
Dice lei
Ascoltando “Marzo 3039”- Daniele Silvestri
La prima volta che vide il progetto sorrise.
- Che cosa ce ne faremo di un rifugio antiaereo in piazza San Carlo? - si chiese guardandosi intorno. Mancava un mese o poco più a Natale ma già si sentiva nell’aria.
Durante l’inverno i lavori andarono avanti, al centro della piazza c’era un cratere profondo. Nella primavera dell’anno dopo il grande parcheggio/bunker fu inaugurato. Giusto in tempo. La prima volta che cadde una bomba pensò allo scoppio di una bombola a gas in una delle mansarde di Via delle Orfane. Ma quando, pochi minuti dopo, ne cadde un’altra e un’altra ancora e i vetri della casa andarono in frantumi allora capì e comincio a correre giù per le scale. Scale che avevano visto già due guerre e che non sapeva se sarebbero sopravvissute anche a questa. Ripensava a tutto questo mentre si avviava verso il rifugio antiaereo di piazza San Carlo quella sera del 18 novembre, passando attraverso altissime montagne di macerie. La affiancò una signora bionda, camminava veloce e mormorava qualcosa tra sé e sé, riconobbe a stento la proprietaria di una famosa pasticceria del centro, si trovava laggiù a destra, da qualche parte. Scese le scale insieme agli altri, una folla scura e silenziosa che scendeva nell’abisso.
Dice lei
Una lezione di tip tap.
Nella sala con lo specchio ci siamo solo noi due, la scuola è silenziosa. Mi chiede se ho portato le scarpe e io faccio cenno di sì con la testa. Pochi minuti alla sbarra per i passi base e poi un’ora e mezza di puro sogno. I tacchi battono sul parquet cercando di seguire il suono metallico e ritmato di quelli dell’insegnante.
ll tip tap prima di tutto si ascolta con il cuore, poi con le orecchie e poi si esegue con i piedi. Frank Sinatra ci strizza l’occhio accompagnando i movimenti, i miei un po’ legnosi ma certo ispirati. Un’ora e mezzo dopo esco con le ginocchia a pezzi e il cuore anche.
Mi addormento sognando di lasciare tutto e volare a New York per prendere lezioni e diventare una ballerina di tap dance.
La mattina dopo, 17 novembre 2004, mi alzo e dopo una breve occhiata allo specchio mi preparo per andare in ufficio.
Dice lei
Come un cane
attendo accucciata che la tempesta si plachi.
Dice lei

Attenti al cane: morde
Sono giorni aggressivi, mordo e sono incazzosa ma che dico incazzosa, di più.
Intransigente fino alla monotonia sono in fase “con me o contro di me” e quindi armata di falcetto “chi mi ama mi segua il resto all’inferno” risistemo il campo amiche. Una rasata di qua una potatura di là, le povere vengono investite dal ciclone senza avere il tempo neanche per prepararsi all’evento. Vorrei tanto sapere se queste fasi sono legate agli ormoni, ai disturbi digestivi o alla spirulina in compresse che ho cominciato ad assumere. In ogni caso, sono tutti avvisati.
Dice lei
Mestieri da speciale “le iene”.
Premessa. La mia nuova vita di abitate nel centro di Torino mi permette alcuni lussi, il più apprezzato è l’andare in ufficio a piedi, attività che oltre a favorire l’ossigenazione e la circolazione negli arti periferici permette di osservare la flora e fauna della città nella diverse ore del giorno.
L’addetto alla raccolta delle monetine dimenticate: soggetto dall’aria assolutamente anonima, di solito oltre i sessanta, maschio, bianco, batte, con calma e precisione, tutti i parchimetri in zona blu, passa veloce la mano sotto lo sportellino e, senza che il suo viso faccia trapelare alcuna emozione, la rimette in tasca.
Il fruga rifiuti: vi aspettereste che, analogamente a quanto accade in altri paesi il protagonista sia un barbone. Errore! L’addetto alla pesca miracolosa è bianco, tra i cinquanta e sessanta alle volte quasi distinto, direi casual sportivo, che passeggiando tra le vie del centro ogni tanto si blocca davanti a un cassonetto, lo apre e cerca.
Mille volte ho avuto la tentazione di fermarmi e chiedere “trovato niente?”.
Che cosa cerca esattamente costui?
L’aiuto erogatore benzina ai distributori: avvistato a Milano, ore serali/prenotturne nazionalità indiana, gentile e disponibile, si offre di compiere tutto l’iter necessario allo scopo, dall’infilare la banconota fino a riavvitare il tappo del serbatoio mentre voi state comodamente seduti nella vostra vettura.
Il trainatore di carretti: non posso tracciarne il profilo visto che è letteralmente sigillato dentro una minuscola “Ape Piaggio” del ’50, verde Prinz, priva di marmitta e ammortizzatori con i vetri appannati. Opera all’alba e la sera dopo le 17,00. Si infila a velocità considerevole, visto il mezzo, giù per le gallerie dove si trovano le celle frigorifere dei banchi del mercato e fuoriesce scarburando pochi minuti dopo con attaccato a una corda un portantino che a sua volta tira una specie di carriola piena di pomodori e zucchine.
Una visione in puro stile Taiwan che è spettacolo di ordinaria amministrazione a Torino, Porta Palazzo tutti i giorni escluso la domenica.
Dice lei
Mentre l’autunno dava le sue prime zampate ponendo fine a quella che è sembrata un’estate indiana, io stavo a casa. Seduta sulla poltrona accanto alla finestra, guardano ogni tanto fuori, oltre i tetti verso le montagne offuscate da sbuffi azzurrini e bianchi. Ho ascoltato il silenzio, il respiro dei muri, i rintocchi di campane delle chiese vicine. Finalmente sola senza alcuna voglia di parlare nè di ascoltare. Anche la musica è arrivata a piccole dosi. Unica eccezione: la voce narrante che dentro di me raccontava il libro che stavo leggendo, commentava le foto sulle riviste, faceva brevi considerazioni. Ho un disperato bisogno di giornate come queste, di focalizzare me stessa in mezzo una folla di corpi e suoni. Il mio io sfocato diventa nitido, ne vedo i contorni e i confini. La sera mi concedo un’invasione, un’amica che arriva con tranci di torta cioccolata e pere e vaschette di gnocchi fatti dalla mamma. Ci trasciniamo quiete tra i soliti discorsi, non si aggiunge niente di nuovo, ci si guarda, si aspetta insieme che venga la notte.
Dice lei
Ieri in edicola era il giorno di “Julia”.
Julia Kendall, è un fumetto, un personaggio inventato da un certo sig. Berardi, di cui ammetto di non sapere molto, se non che ha dato vita a un altro personaggio tale Ken Parker.
Quello del primo martedì del mese rappresenta un piccolo rito privato, dopo l’acquisto in edicola programmo il “best moment” per leggerlo. Meglio di qualunque altra cosa è il viaggio in treno, ma in questi ultimi mesi, per fortuna, di treni ne prendo pochi e quindi lo leggo a pezzi, tra una colazione e una merendina delle sei (prima di andare a dormire no perché il sonno mi impedisce di gustarmelo a fondo). E’ un po’ come la pubblicità “il piacere senza il peccato”. Julia è una criminologa, insegna all’università di Garden City, e collabora come consulente per la polizia. Ne vede di cotte e di crude, difatti è in terapia, come potrebbe altrimenti sopravvivere? Solo la Signora in Giallo ci riesce ma forse è una pazza lucida.
In ogni caso le sue giornate infernali hanno su di me un effetto distensivo.
Anni fa riuscivo ad avere gli stessi benefici con i gialli di Agatha Christie, mi cullavo nel tintinnio delle porcellane inglesi bone china, tra i profumi delle rose inglesi appena colte e delle torte di mele appena sfornate, tiepidamente coinvolta dai delitti e dagli enigmi svelati tra una sferruzzata e l’altra da Miss Marple.
Anche Julia vive in una grande casa vittoriana, lucida e ordinata, con una gatta e una governante.
Ma c’è di più, Julia non è sposata, o per usare un termine odioso è single.
Sola dal primo numero della serie, d.o.c., con un grande punto interrogativo di fondo.
Perché?
E’ bella, tale e quale ad Audrey Hepburn, elegante, sensibile, intelligente, ma allora? L’enigma di fondo non viene mai svelato e in quello, secondo me, sta la forza del personaggio. Quale ragazza non si riconoscerebbe nelle sue malinconie novembrine, nei suoi incubi notturni, nelle avventure di una notte o nei suoi lunghi bagni meditativi della sera, o mentre, mangiando il sufflè agli asparagi preparato dalla fidata colf Emily, si chiede dove sarà l’uomo della sua vita.
Eccola lì l’essenza del personaggio: la solitudine e la connessa incapacità di vivere appieno.
Cara Julia ecco perché mi piaci.
*post riveduto e corretto.
Dice lei
Sono giornate fiacche. Non succede nulla se non impercettibili movimenti, frutto forse dello spostamento d’aria, del solito tran tran. E io mi annoio. I progetti cadono giù senza nerbo come foglie ingiallite, il telefono riceve solo messaggi pubblicitari (prova i nuovi sofficini supplì…), la televisione trasmette solo snervanti reality (ma non lo sanno che per quelli ci basta la convivenza negli uffici con dei perfetti sconosciuti per nove ore al giorno?), la radio mi tempesta di canzoni inascoltabili, in via Roma non cambiano le vetrine da quindici giorni (fa troppo caldo) e le lancette del mio orologio hanno rallentato il ritmo. Ogni cosa mi sembra prevedibile e scontata, le conversazioni, le reazioni, i pranzi e le cene. Sarà l’anticiclone delle Azzorre? Sarà la pace dei sensi? Ho bisogno di un guizzo, di un segno, di un colpo di vento. Qui, vicino, in modo che io possa avvertirlo.
Dimenticavo, tra una cosa e l'altra è un anno che scrivo qui.
Dice lei
L'insostenibile pesantezza dell' essere.
E non ho altro da dire!