Prendersi sul serio, mica facile, questo nostro vivere in recupero, la maturita' slitta sempre piu' in là a rimorchio di un miraggio futuribile. (Sergio Caputo - E' già domani - No smoking)
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Dice lei
Anna
Sei nata il 29 febbraio, hai festeggiato realmente solo un compleanno su quattro ed è questo che forse ti ha fatto vivere tutti i tuoi 94 anni.
Eri pronta a partire, avevi predisposto tutto e forse eri persino troppo impaziente di lasciarci. Avevi visto e sofferto troppo e questo inizio di anno ti aveva inferto l’ultimo grande immenso dolore. Ed è lì che ti sei piegata. Ma spezzarti è stata una lotta, ingiusta che non meritavi e che ci lascia tutti amareggiati e tristi.
Sei la quercia del nostro bosco, il baricentro della nostra grande famiglia, il sole intorno al quale abbiamo ruotato, la grande madre di noi tutti.
Vorrei poterti ricordare con un sorriso, ma è troppo presto e non riesco neanche a versare una lacrima o a parlare di tutto quello che sei stata per me, dei nostri ricordi fatti di aghi nelle ginocchia, fili, mandorle pestate, odore di pesce e colletti di pizzo.
Aspetterò che questo momento passi, che questa primavera abbia inizio.
Dice lei

Infausta ora legale.
Ma perchè? perchè?
Dice lei
Pastosa, densa, scivolosa. Appiccicosa come un muro di fango sul quale cerco di arrampicarmi e continuo a scivolare giù. Sempre più arrabbiata e sporca. Ecco la mia giornata odierna.
Dice lei
Gli uffici sono regolamentati da leggi non scritte e da dogmi.
Primo punto: perché in una stanza da tre/quattro individui almeno uno ha sempre freddo?
Laddove nel mondo la maggioranza vince, nell’ufficio è la minoranza a farla da padrone. Uno contro tutti vince. Io ho freddo e tutti gli altri si adeguano a sudare come dannati.
Lui/Lei, la piaga, non ha pietà né compassione, a nulla valgono le smanie della collega, mezza sciolta nei collant, le cravatte allentate del collega dirimpettaio, il calzino calato, LUI/LEI ha freddo e quindi si chiude la finestra, "non posso mica morire" tuona, mentre tutto interno è uno sventolio da teatro cinese.
Certo, se gli uffici venissero gestiti da esseri pensanti piuttosto che da automi o mutanti cosidetti "amministratori tuonati di condominio" si potrebbe spegnere il riscaldamento quando fuori la temperatura supera i venti gradi…e invece no. Accesi fino al 15 aprile, così è.
Qui c’è il riscaldamento “a terra” ovvero i tubi passano sotto il pavimento creando un curioso effetto “spiaggia assolata di Rimini a mezzogiorno”. Il piede verso le dodici è già mezzocotto e la sera è uno magnifico zampone.
Secondo punto: superdogma, perché tutte le segretarie di direzione sono delle stronze che non fanno che commettere azioni e omissioni inficiate dall’abuso di potere ?
Terzo punto: Lei, la collega, è chiaramente una sociopatica, urla al telefono, tratta male tutti, è logorroica, prepotente, ti sgrida se parli al telefono quando lei non fa urlare nella cornetta, tutti la odiano ma nessuno la manda. Fuori da queste mura è una reietta ma qui domina sulle folle.
E’ perché? Non chiedete…è un dogma.
Dice lei
Oggi è indiscutibilmente, indubbiamente, pacificamente una vera giornata di merda. E siamo solo a metà.
Dice lei
Ci sono giornate in cui proprio non ho proprio voglia. Mi trascino verso la scuola spinta da puro senso del dovere o dal ricatto economico (con quello che pago devo andare). Una volta arrivata, butto quaranta centesimi nella macchinetta e mi prendo un caffè chimico, sperando che aiuti. In aula mi lancio un’occhiata di sbieco nel grande specchio. Eccomi là, vestita e pettinata come mai oserei presentarmi altrove, con quelle forcine per tenere indietro la frangetta e una mezza coda. Le gambe sono di piombo, rigide e pesanti, e mi chiedo - come farai ad arrivare al fondo di quei novanta interminabili minuti? -. Alla spicciolata arrivano tutte, chi ridendo, chi come me, fissandosi i piedi.
Quando la lezione inizia primi movimenti mi costano come una lezione intera, vorrei uscire subito, dopo un’ora non sono ancora convinta e ho quasi freddo, decido che me ne andrò. E invece, la maestra annuncia "un adagio", la musica è bellissima ma non la conosco, lei imposta i movimenti, ampi, morbidi, respirati ed ecco, la magia ancora una volta. Non esiste più nulla, passato, futuro, progetti, dire e fare. Solo la musica, i passi, il respiro e la ricerca di un movimento perfetto che voli sulle note, mi godo ogni frazione di secondo di quella perfetta armonia. A lezione finita quasi cado per terra, le gambe mi tremano e quasi non riesco a infilarmi le scarpe. Esco nella notte tiepida pensando che esistono delle cose che amo veramente.
Dice lei
Tutto ciò che intendo rimuovere è ancora lì, incrostato in qualche parte della mia mente, odori, percorsi, immagini, fermate di metropolitana, mi sento come un leone ammaestrato che, pur odiando il domatore, ripete ottusamente i movimenti che gli vengono ordinati. Bastasse girare tre volte su se stessi per dimenticare, come in un film di tanti anni fa di cui non ricordo il nome, lo farei. Ora.
“Io mi scordo di te, io mi scordo di te, io mi scordo di te”. Allora anche questo breve tragitto nel vagone sconquassato della linea verde sarebbe quasi una vacanza. Invece è sinistro.
Come sinistra è la mia mano che, adesso, ne stringe una diversa.
Dice lei
L’auto va veloce sulla corsia di sorpasso, alle volta sbanda un pochino facendomi aumentare la salivazione. Superiamo i cantieri della ferrovia, che da sei mesi a questa parte scopro essere progrediti incredibilmente, il paesaggio è cambiato completamente, il paesaggio, in effetti, non esiste più.
Facciamo alcune soste, in una sale Vanessa, scarmigliata, arricciata, in gara di resistenza con il flusso dalla vita, che nel frattempo sembra divertirsi a sbattere le sue certezze di qua e di là come panni stesi al vento. I discorsi si ripetono, ci si scopre troppo, ci si vuole ricoprire, ci si indispettisce, si diventa petulanti. Ad un tratto la strada diviene un tappeto di luci rosse, è la coda, è Milano che si avvicina immensa, liquida, dispersiva e disaggregante. Cerchiamo un tunnel che ci permetta di sbucare dall’altra parte, verso la nostra meta.
Un cubo nero, patinato, all’interno del quale veniamo intrattenuti come bambini a una festa di compleanno. Volano palloncini, pezzi di carta, getti d'acqua, acrobati. Alla fine ne usciamo sudati ma poco convinti.
I discorsi non si avviano, si spezzano per strada come punte di matita. La notte è molto lunga, la stanchezza ci opprime come una coperta pesante nella stagione sbagliata.
Ed è lunedì. I fantasmi della notte si sciolgono all’alba.
Dice lei
Sto esagerando
Sto esagerando, prima, nel corridoio dell'ufficio potevo evitare di andare ad aprire la porta facendo il passo moonwalker alla M. Jackson...
Dice lei
Scusate, è un bellissimo regalo.
Ossessione (verde) II
E se la vendo la coperta? Magari su Ebay , o perchè no, qui ora:
" vendo coperta di Somma 100% lana, nuova ancora nella scatola" vero affare, solo 189 euro o cambio merce giacca di Mango verde e fantastica, in nappa morbidissima, svasata, con le taschine arricc...aiuto, sto male.
Dice lei
Recenti ossessioni (verdi)
Vorrei distogliere la mia attenzione, la mia concentrazione da lei. Bellissima, morbida, di una pelle appena profumata, dal taglio perfetto svasato con capricciose arricciature sulle tasche e soprattutto verde. Ma perché per Pasqua mi hanno regalato una COPERTA perché, perché?
Dice lei
L’herpes
L’herpes è quella cosa bastarda che spunta fuori nei momenti più sbagliati della tua vita. Alle volta dà qualche segnale prima di manifestarsi in tutta la sua ributtante presenza, altre volte te lo trovi lì dove, solo un secondo prima, c’era solo la tua pelle intonsa.
Ama particolarmente la zona della bocca e i suoi dintorni, gli angolini poi sono la sua passione, si diverte a deformarli dandoti l’aria di un pagliaccetto lebbroso.
Ovviamente, dovendo scegliere il “quando” predilige quello in cui qualunque donna vuole essere bella come un fiore appena sbocciato. Ovvero dopo qualche giorno che ti vedi con qualcuno. Sono giorni in cui ti lavi i capelli anche due volte al giorno per avere quell’aria soave da madonnina infilzata, desideri che riflettano ogni possibile raggio di luce, anche quello del neon dell’ufficio. Ti passi il deodorante come un’ossesso, ti porti il ricambio degli slip in borsa perché non si sa mai, estirpi ogni pelo con la meticolosità di un miniaturista. Setosa e lucente, così vuoi essere.
E poi, ecco che salta fuori lui, l’herpes.
A nulla vale il correttore, che anzi lo fa sembrare ancora più evidente, quasi marmoreo, con occhi brucianti di lacrime ti passi lo zovirax ogni volta che vai in bagno. E mano a mano che lo passi Lui diventa sempre più scuro e crostoso.
Inopportuno, imbarazzante e invadente ti toglie quella poca sicurezza che hai nel tuo aspetto gradevole. Nessuno mi bacerà più, imprechi con il tubetto in mano.
Maledetto! Ti ucciderò.
Dice lei
Eccola lì, stampata nero su bianco. La disposizione dei pianeti nel momento esatto della mia nascita, una foto che testimonia il mio esistere, una traccia nel corso infinito del tempo. Un nulla anzi di meno ancora. Una linea rossa tracciata con il pennarello segna il percorso della mia anima la partenza e l’arrivo e separa il cerchio in due metà esatte. Gli occhi verdi di Michela mi sorridono metallici. Una di quelle persone con cui sento un forte e inspiegabile legame, una sorta di affezione distante, un po’ malinconica, un legame appartenuto a chissà quale passato e quale vita.
Dice lei
Non è mai stato così inverno. Le albe sono grigie come il piombo o azzurre e trasparenti come vetro. Insolite e fuori dal tempo. Il gelo è l’abito perfetto per questa città che nel gelo si svela e si scopre nordica e distaccata. Il freddo intenso lima anche il carattere dei sui abitanti, li rende meno banali e stereotipati. Le strade alle undici sono vuote, i locali discretamente affollati. Un filo mi guida attraverso la notte, si snoda tra bicchieri e gli sguardi, fino al mattino, in piedi davanti al fornello a versare caffè bollente in due tazze diverse tra di loro.