Prendersi sul serio, mica facile, questo nostro vivere in recupero, la maturita' slitta sempre piu' in là a rimorchio di un miraggio futuribile. (Sergio Caputo - E' già domani - No smoking)
Alogenio...
Antonio Nuovo
§ confusa
cavoletto di bruxelles
Dave
DuAle
ERIADAN
Fashion
Giulia 2
Glittering
La Maury
le stanze di gaia
Malvestite
Mica facile
MicroBlogGiallo
mynetopinion
Noantri
RedApple
Selvaggia
The sartorialist
Titania
viaggiointornoame
z.
oggi
aprile 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
ottobre 2004
settembre 2004
agosto 2004
luglio 2004
giugno 2004
maggio 2004
aprile 2004
marzo 2004
febbraio 2004
gennaio 2004
dicembre 2003
novembre 2003
ottobre 2003
visitato *loading* volte
Dice lei
Oziosità
Titoli da giornali:
“quando ha senso scegliere bio?” : non so forse quando avrà senso un titolo del genere, fate voi.
“chatto con altri, è un problema?”: no, finché non ti becca il tuo moroso o il tuo capo.
“fai il check al tuo ciclo”: devo controllare a quanti giro vado? O fare il tagliando alle ovaie?
“Gli appuntamenti di novembre: belle senza spendere”:ero così appena nata e fino ai cinque anni, poi sono cominciati i problemi e giù soldi.
“Lui si cura, anche se non lo dice”: io non generalizzerei.
“cosa prova lui quando tradisce?”: non saprei, chissà cosa prova dopo che l’ho scaraventato dalla finestra.
Dice lei
Vorrei rubare una giornata, e tenerla solo per me. Vorrei la mente libera da doveri, mancanze e dispiaceri, uno spazio vuoto in cui far parlare solo me, di me stessa. Alzarmi con calma ma non troppo tardi, uscire quando la nebbiolina è ancora bassa e bagna le strade, cercare vie poco frequentate e guardare le vetrine spente. Camminare così fino al fiume e vedere il sole di ottobre alzarsi oltre la collina. Sedermi per una mezzora sulle panche di cemento dei Murazzi, magari leggendo di sbieco il giornale per poi lasciarlo lì per il prossimo passante e avviarmi in un bar per un caffè. Bighellonare sotto i portici e magari fare un giro in una libreria poco affollata. Pranzare da sola leggendo il libro appena acquistato. Rientrare presto e stendermi sul mio letto, nel silenzio malinconico del primo pomeriggio. Chiudere gli occhi e scivolare in un sonno senza sogni. Uscire all’imbrunire per andare a comprare della verdura in quel negozio dietro via Garibaldi dove gli ortaggi sono talmente perfetti da sembrare giocattoli e farmi consigliare dal fascinoso proprietario ricette che non farò mai. Perdere tempo. Verso sera riprendere i contatti con il prossimo e magari cucinare per degli amici, una serata di risate basse.
Dice lei
Verità di questo periodo:
I colleghi di lavoro sono come i parenti, te li trovi e non te li scegli a meno che a capo di tutto ci sia una legge cosmica e allora devo capire che cosa ho fatto di male nelle puntate precedenti.
La taglia L è diventata una 44, e non capisco quando è successo e soprattutto perché e qui mi vengono varie idee di manipolazione del pensiero delle masse ma mi fermo qui.
Ci sono almeno cinquanta modi diversi di dire “la nostra sede di Torino cesserà le attività a gennaio 2006” , lo so perché me le sto scrivendo su un taccuino prendendo spunto dalle telefonate dei colleghi di cui sopra.
Il viola è un colore affascinante ma difficile da abbinare .
E’ vero, non so esattamente cosa c’è nel mio armadio e spesso ho delle piacevoli sorprese.
La fedeltà è genetica.
La gelosia è indotta.
Aldisopra dei cinque anni le anime pure non esistono.
Aprire un blog per parlare dei propri sentimenti vuol dire cacciarsi in un'ardua impresa.
Il grado di tolleranza che ciascuno ha alle temperature alte o basse rappresenta per me un mistero grande quanto l’universo.
Non mi piace fumare e non capisco perché.
Il tappo di plastica bianco delle bottiglie d’acqua finisce sempre sotto il tavolo in un angolo in cui è impossibile prenderlo senza fare una specie di trasloco del mobilio in bagno.
Dice lei
E mentre senza alcun ritegno né vergogna i giornali pubblicano la giornata tipo del coca team nelle cliniche dell’Arizona, modello Messeguè più che San Patrignano, scorrono le giornate tra chiusure aziendali, contrazioni del personale e stipsi economiche di vario genere. Come sottofondo le telefonate della colleghe, che riassumono, più volte al giorno, la sfortunata congiunzione di eventi in cui versa il nostro ufficio.
Fuori piove sottile sottile. Ho aperto la scatola dei pocket coffee, ho scritto un paio di email, ho sparpagliato gli arretrati un po’dappertutto senza aver voglia di affrontarne neanche uno. Ogni tanto il trillo del cellulare mi avverte della presenza di qualche messaggio. Un senso di frustrazione e impotenza sottile eppure come una tela di ragno. Una giornata di autunno come tante.
Dice lei
Torino - Olimpiadi della neve 2006
PISTAAAAA!
Scusate, è da ieri che volevo dirla...
Dice lei
Record personale
Entrata in questo prestigioso gruppo bancario nel luglio del 2002 da allora è il quarto cambiamento interno di società/sede/ufficio/competenze. Eterna apprendista, specializzata nell’adattamento più e meglio di un camaleonte. Tuttologa, di fatto non produco un beneamato profitto (volevo dire altro, ma non è fine) per la suddetta azienda dai tempi della mia assunzione, infatti non faccio in tempo ad imparare qualcosa che già chiudono tutta la baracca e mi spostano da un’altra parte.
Una donna, un pacco.
Dice lei
Personalità confusa descrive, magistralmente, le desasperate dirimpettaias e io per contro vorrei parlare dell'altra metà del grigio cielo dei nostri uffici, i desperate dirimpettai:
Il veterano
Classe 1950, gli mancano solo due anni alla pensione. Lui “ha già dato”. Non teme più cambiamenti, fusioni, compressioni, ha superato indenne l’avvento del PC e della posta elettronica. E’ un veterano. Consapevole di tutto questo nulla lo smuove e i giovani colleghi lo temono e lo rispettano. Lui per contro ne approfitta e li vessa. Lui non risponde mai ad altri che al suo telefono, se gli chiedi qualcosa ti liquida con un “sì dopo”. Quando entra in ufficio apre per 25 minuti le finestre anche se fuori fa meno tre perché bisogna ossigenarsi e cambiare aria. Se accendi la luce lui la spegne perché, dice, che dopo un po’ gli fanno male occhi. Abitudinario, qualunque cosa capiti, dalle 8,30 alle 9.00 legge il giornale, alle 13.30 spaccate chiude la porta sbatte fuori tutti e si apparecchia la scrivania. Mangia in ufficio da sempre i manicaretti che la moglie gli prepara. Alle 17.00 caschi il mondo lui sorride, prende l’ombrello e esce.
L’arrapato
dai 38 ai 45, sposato o signorino. Nulla sfugge al suo occhio di lince. Un bottone della camicetta slacciato, un pezzo di coscia che occhieggia da uno spacco, la spallina di un reggiseno ed ecco che il suo occhio si attacca come un francobollo e non molla più. Le sue battute non vanno oltre l’effetto di una barzelletta su Pierino, ti sorprende sempre alle spalle per avere una migliore visuale, adora le festività perché può baciare tutte le colleghe abbracciandole affettuosamente. Vile al punto di non spingersi oltre l’occhiata ha una misteriosa vita dopo lavorativa di cui non fa mai cenno. Quando lui è nei paraggi non chinatevi mai a raccogliere una penna.
L’uomo in grigio
Età indefinibile, dedizione al lavoro totale. Lui sa tutto, le sa tutte. Arriva per primo e se va per ultimo. Di lui si sa pochissimo, né bello né brutto, non è sposato, è molto religioso, era vecchio già alla nascita. Appende sempre la giacca sulla gruccia e la sua scrivania è un esempio di ordine ed efficienza. Averlo come dirimpettaio di scrivania equivale alla morte civile, non c’è modo di distrarlo, di farlo parlare, a meno di non interrogarlo su qualche pratica. Inquietante.
Il giovane scapigliato
E’ il più giovane dell’ufficio, arriva di corsa, sempre in ritardo ed esce di corsa. Distratto e imprendibile è il cocchino di tutte le colleghe. A lui tutto è permesso, nelle più attempate scatta l’istinto materno, nelle altre l’ormone furibondo. Se risponde male è subito un coro di scuse e giustificazioni : “E’ giovane, sarà tornato tardi/dormito poco/problemi con la fidanzata/èfattocosì”. Già perché lui “può” avere un caratteraccio, una specie di dispensa dovuta al fatto di essere giovane e carino. Dove altri finirebbero presi a male parole, per lui c’è una pacca sulla spalla o un buffetto di incoraggiamento. La sua scrivania è il caos allo stato puro, i suoi cassetti sono peggio della grotta dei pirati, ci può essere davvero di tutto. Dalle carte dei cioccolatini (dono delle colleghe), ai calzini. Irresistibile.
Dice lei
Mutatis mutande
Ammetto di non essere di larghe vedute sull’argomento. Francamente è uno dei pochi su cui mi sento piuttosto di ristrette vedute. E’ un mondo misterioso guidato da leggi imperscrutabili influenzate dalla propria infanzia, dalla mamma, delle nostre aspirazioni e dalle nostre insicurezze. La scelta della mutanda. Cresciuta da madre rigorosa, una barese teutonica, brillo per la mancanza di fantasia sull’argomento. Fino alla pubertà la mamma sceglieva con fiducia sconfinata braghette delle Malerba, una specie di calzoncino a righine bianche e rosa con un piccolo bordino di pizzo bianco. Da lì in poi lei e la merciaia di Via Torino, una joint venture di periferia, si sono votate alla Lovable, nella pratica linea Lovely con al massimo qualche incursione nel mondo Cotone ed Elastame della Sloggi. Sì, perché le regole sono: cotone 100%, via libera al bianco, nero, carne. Poco pizzo, solo sui bordi. Punto e fine. E così a dodici anni mi inimicavo le mie compagne di classe delle medie ripetendo a pappagallo che le mutande colorate sintetiche (che per la cronaca, tutte, ma proprio tutte, avevano) puzzavano ed erano da zozzone. Di acqua sotto i ponti da allora ne è passata tanta, eppure sotto sotto nulla è cambiato. Ho provato ovviamente a cambiare. Nei mie cassetti, ben stipati nel fondo ci sono alcuni oggetti fuori legge. Cilici in Lycra e pizzo che hanno visto la luce giusto un paio di volte, per poi finire i loro giorni al buio. E così quando in giornate noiose come quella di ieri mi perdo nell’intervallo del pranzo tra gli appendini del reparto intimo della Rinascente, soffoco come una quacchera scandalizzata i miei “ohh, ahh!”. Cosa sono questi triangoli dai colori improponibili? Cos’è il luccichio che proviene da questo tanga color carne con pizzo bianco nel qual non è rintracciabile un solo filo di cotone? Vorrei riprovare, la mano mi trema mentre mi avvio verso la cassa con l’oggetto in questione. Dentro di me recito il mantra “Ce la puoi fare, bisogna avere il coraggio di cambiare, vedrai sarà trattato con filato antibatterico, non puzzerà tanto…”.
Ma poi a pochi passi ho un crollo, poggio tutto su una tavolo di vetro e scappo.
Dice lei
Milano è stata la protagonista della settimana. Meta di programmi annullati, causa di attacchi di nervi, temibile sede lavorativa futura. Davanti ad un calice di vino rosso ci interroghiamo sulle priorità della vita. Un lavoro interessante, mi dicono due occhi azzurri maliziosi, non conosce ostacoli. Davvero? Eppure la pensavo anche io così sei o sette anni fa, ero carica come una pila, non vedevo ostacoli insuperabili ero pronta a tutto. O quasi. Adesso guardo fuori dalla finestra, piove ancora, lo vedo dagli ombrelli colorati che scorrono sulla strada, questo cielo sembra non riaprirsi più. Sento che ci sono anche altre forze che si muovono dentro di me di cui tener conto a parte l’ambizione, che peraltro sento sempre più silenziosa. Il senso di appartenenza ai luoghi e alle persone, cose che in passato mi davano la claustrofobia esistenziale al solo pensiero. La distanza geografica e quella affettiva che ne segue dopo pochi anni, la freddezza emotiva che diventa uno scudo che ti porti dietro senza neanche più saperlo. Lo sforzo di tenere i lacci stretti. La valigia del venerdì sera, i finestrini del treno, i lunedì mattina che sanno di metallo.
Una vita che non conta sulle certezze, stabilità a tempo determinato, radici sottili e fragili come il vetro. Un leggero e continuo mal di mare.