Prendersi sul serio, mica facile, questo nostro vivere in recupero, la maturita' slitta sempre piu' in là a rimorchio di un miraggio futuribile. (Sergio Caputo - E' già domani - No smoking)
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Dice lei
Esco all’alba, quando Superga sembra sospesa tra sbuffi celesti di nuvole e sfondi di zucchero filato. Così bella. La sera una nebbiolina vaporosa e tiepida mi avvolge, ormai stanca con la testa bollente. Ed lì, in quel preciso momento che loro mi mancano. Le ricordo tutte, una in fila all’altra, lontanissime. Le vedo nelle loro case, alle prese con cene da preparare, bucati da stendere, lacrime da asciugare e pannolini da cambiare. Non so se sono felici o meno, sono domande a cui non è semplice dare una risposta. E forse non è corretto neanche porle domande del genere. Forse perché esistono più risposte e forse diametralmente opposte, eppure sensate. Ripenso alle nostre conversazioni, alle lunghissime telefonate, confessioni, partecipazioni a gran parte delle nostre vite. Siamo insieme nelle nostre foto di laurea, in quelle di molte feste, ci sono in quelle del vostro matrimonio e non nel gruppo degli amici ma in quelle “con la sposa” dove sorridiamo e voi siete bellissime. E poi. E poi, le cose cambiano. Per loro, per me. Ma mi mancate. Le mie amiche. E non vi comprendo più come vorrei perché non riesco a capire il senso di tutto ciò che è stato prima. Non sarebbe stato più facile dirlo subito? Voglio essere una madre, una moglie. Perché è così difficile da dire, quand’è che ci hanno insegnato che pronunciare queste frasi in modo franco e diretto voleva dire essere delle perdenti? Costringendoci a fare inutili e spesso amare esperienze, a recitare, per poi riuscire a far scivolare tra le righe di una storia qualcosa di così importante come lo scopo di una vita. E poi mi chiedo perché questi momenti della vita devono essere così staccati, due binari tronchi. Non vi riconosco. Io so tutto di voi e voi di me, ma i vostri figli non sanno neanche chi sono.
Dice lei
Dice lei
Dice lei
Dice lei
Quadrilatero: l’ora migliore
Tra le sei mezza e le sette e mezza. Le otto meno un quarto è già tardi.
Quando non è ancora sera, in questo periodo, ma la luce si smorza, le ombre sono lunghissime come collant stesi ad asciugare al sole e le stradine si riempiono di tavolini perfettamente apparecchiati, tavole imbandite di ogni sorta di stuzzichino. Tutto è semplicemente ordinato e invitante. Prima che la musica cambi, prima che questo piccolo quadrato di strade si riempia all’inverosimile di voci, motori, rumori.
Pochi sono seduti a quell’ora ma quei pochi raccontano una storia. Il professore universitario con un’incredibile bionda tutta gambe e un cappello Borsalino. Ragazzi calvi con piccoli occhiali da vista, intenti a scrivere chissà cosa sui tavolini ingombri di fogli come scrivanie d’ufficio, ragazze rasate, forate, colorate in nero che aspettano qualcuno ad un angolo con la bicicletta a mano. Le signore siciliane, calabresi, pugliesi, le regine di questo posto siedono invece sulle panchine sotto gli alberi, ogni tanto una si avvicina a un tavolo per rubacchiare una bruschetta e torna dalle amiche che nel frattempo ridono forte.
Passo accanto a loro con le mie borse e il passo pesante. Raramente cedo al desiderio di sedermi e bere qualcosa perché il desiderio di arrivare a casa è più forte.
Eppure è un piccolo quotidiano rimpianto.