Dice lei
Glu glu glu
C’è chi si beve il cervello come aperitivo per cena, c’è che per cena beve amari calici di realtà, in un progressivo spalancare d’ occhi che forse, potendo tornare indietro, si preferibbe aver foderati di affettati misti.
Intanto in una sfilza di giornate tutte uguali scende una pioggerella fine e piena di promesse nevose mentre la luce oggi, beata lei, non è fatta vedere
Dice lei
Oggi tanto capita di leggere una buona notizia, ed oggi, sfogliando lastampa on line, ne ho trovata una. A chi non risiede in Torino e provincia la Palazzina di Caccia di Stupinigi non dirà nulla ma si tratta di un vero tesoro. Una piccola Versailles graziosamente appoggiata sui prati alle porte di Torino, come una miniatura su un centrino di pizzo.. Un piccolo scrigno del passato che vedevo anno dopo anno precipitare nell’abbandono e nel degrado. L’ultima volta che ci sono stata, in occasione di una mostra sul “Male” che si teneva nelle vecchie scuderie di palazzo, ero rimasta sconvolta dallo stato spettrale in cui l’ho trovata. Come una dama caduta in miseria a cui hanno strappato abiti e gioielli, buttata in un angolo di strada. Uno scempio. Nelle stanze gelide, senza alcun riscaldamento, le preziose sete cinesi della tappezzerie erano lasciate ad ammuffire e a scolorire giorno dopo giorno, i mobili più belli erano scomparsi grazie ad un recente furto, passando di sala in sala sembrava di udire un lungo lamento.
Leggo ora che verrà chiusa al pubblico per due e riportata agli onori che le spettano e non posso che esserne felice.
E’ un luogo a cui è legata la mia infanzia, per cinque anni sono andata alla scuola che si affaccia proprio sul piazzale della corte, era normale visitarla anche più volte all’anno, ho fatto la prima comunione nella chiesa del borgo e le foto nel cortile della palazzina, con la reggia sullo sfondo. Ho fatto merenda in primavera con i miei compagni di classe seduta sulle maestose gradinate che si aprono sul giardino alla francese. Ho sognato di ballare nel nella sala da ballo circolare, con il pavimento in legno e l’enorme lampadario di cristallo nel centro.
Sono felice di sapere che tutto questo verrà recuperato. Succedono anche delle belle cose in questi giorni.
Postato da: Momi67 alle 16/01/2007 11:35 |
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Dice lei
Tally magica tally
Tally è una stampante, è erede più prossima della stampante ad aghi e sono certa che alla sua uscita tutti gli operatori dell’epoca urlarono alla novità, al prodigio!
Tally va a fogli forati.
Funzionamento: si incastrano i bordi forati del foglio dentro i dentini e lei, dopo qualche esitazione e “voglio, non voglio, avanti e indietro”, stampa.
Siccome è un po’ dissociata dal PC cui è collegata stampa fogli bianchi a vanvera, tre o quattro con una riga sola, poi proprio lì dove c’è la tratteggiatura di separazione tra un foglio e l’altro, spara il testo.
Tocca in seguito all’operatore dimostrare quello che ha imparato alle scuole elementari durante la lezione di “creatività e bricolage”.
Tally, nata all’epoca del “giocajué”, costringe chi l’utilizza a compiere una strana danza, ci si deve prima alzare in piedi per tenere teso e verticale il foglio di uscita di modo che non si accartocci poi, si deve portare tutta la striscia di fogli che si va intanto formando, verso l’alto, sopra la testa, per cercare di mantenere il foglio di uscita bello teso, una specie di “OLA” ma laterale. Un vero divertimento per chi assiste alla manovra.
Durante tutto questo l’operatore deve cerca di mantenere una certa dignità e distacco professionale cercando di far passare come normale routine questo svolazzare di carta al ritmo di un ticchettio olivettiano.
Tally, la mia stampante d’ufficio.
Postato da: Momi67 alle 11/01/2007 12:54 |
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Dice lei
Avviso ai naviganti:
Al 30.000 visitatore di DICELEI sarà recapitato dalla sottoscritta un sacchetto di gianduiotti torinesi!
Postato da: Momi67 alle 10/01/2007 16:04 |
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Dice lei
Con riferimento all'ultino post oggi leggo:
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache
/2007/01_Gennaio/10/torino.shtml
Che non sia lo stesso posto? In quanto a sadismo non scherzano mica lì dentro...
Dice lei
Lotteria del restyling
Inizio anno, restyling, in accordo con tutta una serie di buoni propositi mi reco in un centro estetico di buona fama, dalle parti di casa mia. Lo conosco e fra gli altri è il meno detestabile, le ragazze sono sì un po’ svanite, ti fanno domande imbarazzanti accumulando gaffe su gaffe ma almeno non usano la loro gomma da masticare come ceretta e non litigano con il fidanzato al cellulare durante una pedicure.
Ambiente è lindo e rilassante e accoglienza cordiale, anche troppo. Nulla sfugge all’occhio clinico della titolare che sembra riesca a scorgere ogni tipo di rughetta, o imperfezione epidermica anche al terzo o quarto strato di profondità del tessuto connettivo. Mi hanno già proposto con garbo varie possibilità di restaurare ogni parte del mio corpo ma io declino sempre.
Quasi sempre.
Mi sono fatta vendere un sontuoso biglietto della loro lotteria. Dopo aver speso inutili euro per quella nazionale ci riprovo con quella microcellulare. Sonori trenta euro ma…c’è un ma.
Nel costo del biglietto è compreso un trattamento omaggio per l’ LPG.
L’LPG non è una malattia contagiosa ma un macchinario che risucchia la povera epidermide e la frulla con due implacabili rulli, una specie di pizzicotto in continua su ogni parte del corpo. In questo modo pare che il sangue, terrorizzato, riprenda a circolare all’impazzata trascinando con sé stagni e paludi e debellando la cellulite. In più sgonfia ed è piacevole.
Ben indottrinata mi presento ieri sera per riscuotere la mia fetta di benessere.
Una delle ragazze gentilmente mi consegna una tutina bianca candida pregandomi di indossarla e mi dice di fare con calma.
Solo l’impresa mi fa spendere almeno 300 calorie per la fatica. Uno sforzo sovrumano per entrare in una tutina di almeno tre taglie più piccola.
Dopo dieci minuti sono vestita da spermatozoo.
Il bianco, poi dona tantissimo alla silhouette.
Il trattamento ricorda più o meno quello che accade in una tintoria, la signorina ti passa un ferro da stiro dappertutto, manca lo sbuffo di vapore. Esco di lì un po’ saccagnata con l’espressione beota di chi pensa di aver perso almeno due chili senza (quasi) nessuno sforzo.